Il Ticino ha sempre fame di frontalieri

Il numero dei lavoratori in Ticino ha superato quota 54mila. Per la Lega dei Ticinesi è «un'impennata da arrestare che va a scapito di artigiani ed aziende ticinesi»

Un fenomeno che non conosce battute d’arresto, nemmeno nel periodo di crisi più acuto degli ultimi vent’anni. L’aumento dei frontalieri in Canton Ticino è ormai un andamento costante e dopo i primi sei mesi del 2012 la manodopera italiana ha superato la soglia delle 54 mila unità (secondo il dato più aggiornato dell’Ufficio federale di statistica sono 54.586 i lavoratori a giugno 2012). È evidente che si tratta di un’immigrazione massiccia se si considera che la popolazione del Ticino conta poco meno di 337mila abitanti. La crescita peraltro sembra non risentire delle difficoltà del contesto economico: se si confrontano i dati di quest’anno con quelli del 2011 si può notare un incremento di oltre 6 punti percentuali nel numero dei lavoratori. Sembra, perché la crisi non ha risparmiato la Svizzera e in Ticino ne hanno risentito in particolare settori che maggiormente occupano i frontalieri come il commercio e il turismo ma anche l’edilizia e l’industria. Di conseguenza sono anche molti, seppur difficili da quantificare, i lavoratori del Varesotto e del Comasco che hanno perso l’occupazione: da giugno a luglio del 2012, secondo i dati della Cgil regionale, sono stati 118 i frontalieri iscritti alle liste di mobilità. E se da un lato la vicinanza con il Canton Ticino ha rappresentato a lungo una sorta di "ammortizzatore sociale esterno", come l’ha definito il segretario generale della Camera di Commercio Mauro Temperelli in una recente intervista al "Corriere della Sera", dall’altro è anche un elemento penalizzante. Per il presidente della provincia di Varese, Dario Galli, la vicinanza con la Svizzera dovrebbe valere per le aree di confine il riconoscimento di territorio a statuto speciale: «Dobbiamo fare i conti con un "vicino di casa" che attira la forza lavoro più qualificata – ha spiegato alcune settimane fa nel corso di un incontro dedicato al ruolo delle province -. Lavoratori inoltre che si sono formati in Italia ma che poi danno il loro contributo all’estero. Ma non è solo questo il punto: con l’attuale sistema fiscale non possiamo tenere testa a un Canton Ticino che ora attrae anche gli imprenditori. Ora anche le imprese trovano condizioni favorevoli oltre confine. Dobbiamo avere la possibilità di stabilire regole speciali per operare in questo contesto. Ne abbiamo più diritto di altre regioni».

Oltre a quello dei frontalieri in Ticino anche il totale lavoratori italiani in Svizzera continua a salire e a giugno ha raggiunto quota 60.392 (+ 6,3 per cento rispetto al 2011). Gli italiani sono i frontalieri più numerosi nella Confederazione, dopo i francesi che superano quota 137mila.  Per la Lega dei Ticinesi una situazione insostenibile: «Alle cifre diffuse mancano ancora all’appello i dati relativi a padroncini, distaccati, indipendenti, ovvero altre tipologie di frontalierato che in pochi anni hanno conosciuto un’impennata – attacca il consigliere nazionale del partito di Bignasca, Lorenzo Quadri – a fine 2011 si contavano oltre 15mila notifiche di lavoro di breve durata. Impennata che non trova giustificazione nell’andamento dell’economia cantonale e che, pertanto, non può che essere avvenuta a scapito di artigiani ed aziende ticinesi. Il Consiglio di Stato deve dunque decretare lo stop al rilascio di nuovi permessi G, per lo meno per quel che riguarda le professioni cosiddette d’ufficio. Un gesto forte diventato purtroppo improrogabile, che vuole essere anche un grido d’allarme». Ma che succederebbe se i frontalieri per un giorno restassero a casa?

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di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 30 agosto 2012
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