Kylie Minogue conquista Piazza Grande

Una pioggia d'applausi è piovuta dal pubblico del Pardo sulla cantante, ospite al fianco del cineasta francese Leos Carax che l'ha voluta in due suoi film

Nel terzo giorno del Festival grande protagonista il cineasta francese Leos Carax, vicitore del Pardo d’onore Swisscom del 2012 che è venuto in Piazza Grande a ritirare il premio e alla Morettina a presentare il suo lavoro più recente “Holy motors”. Ma Carax, per quanto sostenuto dalle affascinanti immagini dei suoi capolavori degli ultimi tre decenni, è stato in qualche modo oscurato da una delle attrici, nemmeno la protagonista per la verità, del suo film: Kylie Minogue. La diva, già comparsa sullo schermo giovedì in un altro film in concorso, è intervenuta in Piazza Grande per ricevere la sua parte di applausi e tributare la propria stima a Carax di cui si è detta onorata di essere stata una collaboratrice dichiarando di essere presente solo grazie al fatto che Leos le abbia offerto l’opportunità di recitare. Senza scomodare l’applausometro della Piazza non c’è dubbio che le doti di recitazione della cantante si siano mostrate pari almeno alla sua popolarità e al suo fascino. Dopo il breve intervento di Minogue e Carax la Piazza è tornata alla sua abituale attività di grande cinema all’aperto, con la presentazione dei due film della serata, di cui parliamo sotto, mentre la mondanità tornerà sabato sera con l’omaggio a Ornella Muti e la probabile presenza dell’attrice in Piazza.

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Kylie Minogue a Locarno 4 di 8

Per il resto si segnala che nel pomeriggio hanno esordito i primi cortometraggi svizzeri ne “I Pardi di domani”, dando l’avvio alla parte svizzera della competizione (che ha anche una sezione internazionale), che era l’ultima rassegna a non essere ancora partita. E sempre nell’ambito delle rassegne avviate nei prossimi giorni saranno presentati la maggior parte dei film della rassegna Open Doors che omaggia ogni anno un’area geografica o un gruppo di paesi, solitamente emergenti o dotati di una cinematografia in crescita.
Quest’anno la rassegna è dedicata all‘africa francofona subsahariana e propone soprattutto documentari e film di grande impegno sociale focalizzati sui temi del lavoro, dello sviluppo e dei diritti civili. Uno spaccato interessante, anche se forse per ora lontano dai massimi vertici tecnici ed estetici, di una regione del mondo che si mostra così assai più sfaccettata e complessa di quanto spesso non si creda.

Ancora da segnalare l’esordio alla regia con “I, Anna” (fuori concorso) presentato nel pomeriggio di ieri, di Barnaby Southcombe che altri non è che il figlio di Charlotte Rampling, premiata in avvio del festival.Ancora sabato pomeriggio, fuori concorso, atteso il beve documentario “Jean Luc Godard” di F. Aragno

Film in concorso

Image problem
La Svizzera ha un problema di immagine nei confronti del resto del mondo? I vicini di casa della Svizzera ne hanno una cattiva opinione? Sì, secondo i registi ma anche secondo molti altri sia sui giornali elvetici sia nella pubblica opinione delle quattro aree linguistiche del paese. Così Simon Baumann e Andreas Pfiffer hanno deciso di porre, a loro modo, rimedio a questa cattiva immagine realizzando un lungometraggio di interviste e reportages, ma anche di provocazioni e gag, destinato nominalmente e lavare l’immagine della piccola nazione centreuropea, più concretamente e a metterne in luce le contraddizioni, i clichè, lo sciovinismo e il razzismo, l’irrisolto conflitto fra autopercezioni diverse e, forse soprattutto e in modo più dirompente, l’eguaglianza col resto del mondo.
Il documentaio è realizzato in modo apparentemente scanzonato ma non senza tecnica e con più di un omaggio alla cinematografia Michael Moore. Il risultato è divertente e scanzonato ma fa anche riflettere sull’ipocrisia di chi dice di non essere razzista ma di non sopportare i neri, così come di chi ritiene che i richiedenti l’asilo siano parassiti ma poi difende la grande banca che tutela i conti segreti del dittatore che ha costretto quelle stesse persone alla fuga. Gli intervistati sono soprattutto anziani delle campagne svizzero tedesche e, a onor del vero, le risposte sono anche sfaccettate e non manca chi si ponga seriamente i problemi segnalati. Il film si chiude sulle note dell’inno d’Europa con alcuni degli intervistati che leggono una dichiarazione di scuse che elenca na ad una le principale colpe della Svizzera e di molte sue grandi aziende. Il pubblico svizzero apparentemente si divide alla visione del film, con chi approva con forza e ride delle gag e chi mastica amaro e vorrebbe replicare. Forse però la vera smitizzazione è proprio quella di avere relativizzato la Svizzera, dipingendola, nel bene e nel male, come un paese come un altro, senza retoriche né criminalizzazioni o indulgenze.

Compliance di Craig Zobel, USA
Siamo in un fast food dell’Ohio quando Sandra, la capoturno, riceve una telefonata da un sedicente ufficiale di Polizia: Becky, giovane e carina cameriera del locale è coinvolta in un’inchiesta e deve essere trattenuta in attesa dell’arrivo della polizia. Sandra si fida della voce al telefono e non cade nel dubbio nemmeno quando le richieste del sedicente poliziotto raggiungono livelli assolutamente inquietanti, sottoponendo la povera Becky ad una serie di abusi che lei stessa finisce per accettare.
Ovviamente all’altro capo del telefono non c’è nessun poliziotto ma una sorta di maniaco telefonico che ha trovato una strategia efficace per convincere le sue vittime della propria identità e a fare ciò che gli chiede.
Per quanto la situazione possa sembrare assurda il film si ispira ad una storia vera e ad una serie, in realtà non breve, di casi analoghi verificatisi negli ultimi anni negli USA. L’interrogativo vuole essere quanto siete disposti a fidarvi di una voce al telefono. In realtà si ripresenta anche la classica domanda goldinghiana de “il signore delle mosche”: cosa sei disposto a fare per obbedire a quella che ritieni un’autorità benevola? Del resto saranno tanto i drammatici sviluppi quanto il veloce e imprevisto crollo del castello di bugie a mettere in luce l’ennesima declinazione della banalità, e della stupidità, del male.
Un film che ci sia augura possa arrivare nelle sale italiane.

Holy Motors (Leos Carax Francia) sezione Premi speciali – Pardo d’onore
L’ultimo film di Leos Carax, cineasta francese che viene premiato venerdì sera col pardo d’onore,ha avuto la sua prima internazionale alle 16.15 a “La Sala”, alla presenza del regista e di Kylie Minogue, presente in questo film come anche in “Jack e Diane”, opera in concorso presentata nella giornata precedente.
Holy Motors è un film strano e forse provocatorio che gioca molto sui diversi piani di realtà e finzione compresi in un’opera d’arte e in un film in particolare:le immagini iniziano in una stanza d’albergo che si rivela essere il “retrobottega” di una sala cinematografica dalla quale però il protagonista (D. Lavant) esce nei panni di un uomo d’affari atteso da una limousine con tanto di scorta per linizio di una giornata lavorativa ricca di impegni.
Celine (Edith Scob), non più giovanissima autista si rivela l’unica figura, insieme al protagonista, che non muta ruolo in una vicenda che vede l’uomo d’affari impegnato in nove appuntamenti che sono però atti di trasformismo e avventure, forse film, indipendenti e incoerenti fra loro: Monsieur Oscar si trasforma in vecchia mendicante e chiede la carità sul pont neuf di Parigi, quindi recita come stuntman in un film digitale, poi uccide e rapisce nei panni di killer e di pazzo furioso. Ogni volta salendo e scendendo dalla limousine, con Celine che riporta il protagonista nel suo mondo reale o fittizio di recitazione senza pubblico (oppure c’è un pubblico, e quale? Nel film o in sala?). Versione cinematografica di “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Calvino ma anche gioco sulle abilità registiche e i diversi piani della realtà cinematografica il film, pur particolare, riesce avvincente e a tratti geniale ma spesso cade nel rischio di sembrare un gioco fine a se stesso. Mynogue si esprime ancora solo con un cameo, comunque sufficiente a farne apprezzare la bravura e il fascino. Fra i molti dialoghi sul filo dell’assurdo una frase sintetizza lo spirito provocatorio dell’opera: “certo che sono paranoico, molto – dice un misterioso supervisore di Oscar-, pensa che da anni ormai sono certo che prima o poi morirò!”. Follia, ironia filosofica o puro nonsense, allo spettatore il compito di scegliere. Nel cast anche Eva Mendes e Michel Piccoli

I film di Piazza Grande

Ruby Sparks di John Dayton e Valerie Faris, USA
quasi sei anni dopo la consacrazione in Piazza Grande della loro opera prima “little miss sunshine” i coniugi Dayton – Faris tornano a Locarno proponendo l’anteprima internazionale del loro secondo film che si propone, come registi e staff non nascondono, di ripetere l’inatteso grande successo del primo lavoro. Calvin è stato un genio della letteratura, autore ventenne di un romanzo osannato da pubblico e critica poi, e sono trascorsi dieci anni, non ha scritto più una riga, inoltre la sua vita personale va a rotoli, nella solitudine e nella depressione.
Ma Calvin inizia a sognare la donna della sua vita, Ruby, affascinante, sensibile, intelligente. Un’innocua fantasia? Solo finché Ruby non si manifesta in carne ed ossa, non per caso o coincidenza ma per una sorta di magia che rende reale la ragazza dei sogni, divenuta nel frattempo anche protagonista dell’eterno progetto di un secondo romanzo di Calvin. Da qui in avanti il copione è quello della commedia romantica venata d’assurdo, con situazione divertenti e le immaginabili difficoltà fino ad arrivare al previsto e confortante lieto fine. Un film divertente che si permette, tra l’altro, il lusso di un paio di guest star del calibro di Annette Bening e Antonio Banderas. Un probabile successo di pubblico e un’opera meritevole di una serata al cinema per tutta la famiglia, purtroppo senza quell’originalità che aveva contraddistinto il primo film ma la copia di registi ha già lasciato intendere di avere in mente altri progetti che varrà la pena attendere.

Magic Mike di S. Soderberg
in seconda serata in Piazza presentato in prima internazionale l’ultimo lavoro di Steven Soderberg, una bizzarra incursione in un ipotetico mondo dello spogliarello maschile della Florida. Mike è un notissimo stripper che però, superati i 30, dovrebbe cercarsi un altro lavoro. Adam è un giovane per bene e di bell’aspetto che si fa attrarre da questo mondo di facili guadagni, e per il resto ciascun lettore potrà tranquillamente inventare la trama copiando una qualsiasi commedia per adolescenti degli ultimi quindici anni, comprese storia d’amore, redenzione, colonna sonora con musiche evergreen.
Al clichè Soderberg riesce ad aggiungere solo le parolacce (nemmeno eccessive per la verità) e un’ottima fotografia. Il film uscirà certamente nelle sale e probabilmente potrà contare su un certo pubblico, che però farà bene a non attendersi troppo.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 04 agosto 2012
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