“Nella Mirandola del terremoto dove ci chiedono di ascoltare”

Filippo Lucchini, 29 anni e Varesino, è coi suoi colleghi di Croce Rossa in un campo profughi nel cuore dell’Emilia colpita del sisma di questa primavera. Le difficoltà quotidiane e l’impegno ad assistere anziani e famiglie

campo concordia foto«Non c’è casa, non c’è proprietà privata, nella Mirandola terremotata, che non abbia una storia raccontata dai proprietari, che quando ti vendono fermarti di fronte alla recinzione prima ti guardano, poi si avvicinano. E raccontano. Noi li ascoltiamo».
In un’Italia che nonostante la crisi si prepara, se non a partire, almeno a fermarsi per le ferie estive c’è anche la storia di Filippo, volontario della Croce Rossa Italiana che si è “fumato” un pezzo di ferie per aiutare i terremotati dell’Emilia.
È arrivato a Concordia sulla Secchia, nel Modenese, una settimana fa, e si ferma fino a sabato: qui sorge uno dei campi gestiti interamente dalla Croce Rossa per aiutare chi non ha più un tetto dove stare.
Sveglia all’alba e tanta fatica (“soffro il caldo, mai sentito un caldo così”, anche se lavora all’ufficio acquisti di una fonderia), ma anche molte soddisfazioni, frutto della voglia di aiutare, non importa se la vita in tenda a metà agosto è dura. Il campo è grande, ci stanno 300 persone, il 60% sono stranieri, il rimanente sono perlopiù interi gruppi famigliari, a volte con bambini, e anziani. Centinaia sono anche i volontari della Croce Rossa Italiana: gruppi di 7-8, che arrivano da tutt’Italia; anche altre “forze” che arrivano da lontano si sono organizzate per prestare aiuto: quando, la sera, le porte del campo si chiudono, all’ingresso ci sono gli agenti della polizia locale di Torino. campo concordia foto
Spezziamo il lavoro di Filippo Lucchini, 29 anni, di Inarzo, nel mezzo di una torrida giornata nel cuore della Pianura padana.
«Dal comitato locale della Croce Rossa di Gavirate siamo partiti in 4. Nello zaino abbiamo messo diversi cambi di divisa perché ne va lavata una al giorno: c’è da lavorare tanto. Ci occupiamo di manutenzione del campo, e di cucina».
E qui, oltre al caldo, ci sono le piccole difficoltà da affrontare tutti i giorni: se 6 ospiti del campo su 10 sono stranieri, ci sono da rispettare anche gli usi e i costumi alimentari di tutti. Molti dei pasti vanno serviti nelle ore serali, per via del Ramadan (che in arabo significa in arabo, significa "mese caldo”); e poi, oltre agli ospiti, tanti dei residenti nelle tende in giardini privati, fuori dalle proprie abitazioni inagibili, vengono qui a mangiare o a prendere il cibo.
Ma di cosa hanno bisogno le persone che stanno nelle tende del campo? «Di parlare, e di essere ascoltate» risponde senza esitazione Filippo. «Qui ci sono moltissimi anziani: ognuno ha la sua storia da raccontare. Dopo la paura dei primi giorni, questi signori di una certa età in pantaloncini corti devono affrontare la paura del futuro, di quello che sarà. Il ragionamento comune, in questi casi è: “Ma guarda cosa devo fare a 70-80 anni. Guarda come devo rispondere alla vita a quest’età”. Oltre al nostro lavoro, ci siamo imposti anche di ascoltare tutti. Anche se per questo vi sono i medici, e sopratutto gli psicologi, che quotidianamente seguono chi necessità di questo tipo di aiuto. Per i bimbi, ogni pomeriggio c’è il lavoro dei ragazzi di “Save the children”».
Il futuro è la maggior incognita di tutti, ma Filippo, che è alla sua prima missione di questo genere, non legge rassegnazione. «Mai ho colto la sensazione di scoramento e di impossibilità a reagire: le persone hanno voglia di rispondere a quanto accaduto, anche se ci vorrà molto tempo. Una cosa che mi ha molto colpito, a proposito di “simboli”, è che molti edifici dello Stato, vedi municipi, o caserme, risultano lesionati o inagibili: per i residenti vedere almeno il loro municipio in piedi, forse sarebbe più tranquillizzante, ma è una mia impressione».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 09 agosto 2012
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