“Non ero preparato a tanta emozione”

Luca Giaretta racconta, in un passaggio del suo Diario di viaggio in Etiopia, le sensazioni uniche e irripetibili che si provano inaspettatamente in un'esperienza come questa

"Pensavo di essere pronto: avevo studiato, programmato, scelto, ipotizzato… pensavo di avere tutto il necessario, o quasi, e son partito..

avevo una strana paura però… e presto mi sono reso conto di non essere preparato alle emozioni… quelle che ti dona una donna che canta sola in un bus affollato, quelle di un bimbo che ti tocca la mano e si poggia fidato su di te. Non ero pronto a svegliarmi tra canti di animali e pianti di bambini aggrappati come scimmiette alle spalle delle sorelline maggiori.
Non sapevo cosa volesse dire vedere l’alba alle 5 del mattino da un villaggio che si sveglia piano piano e non immaginavo l’innocenza con cui i bambini giocano e corrono… a piedi nudi… perchè nessuno può spiegarti l’emozione che donano gli occhi di questi bimbi, perché anche dopo averli visti nemmeno io la so spiegare…
Ho cominciato a capire questo paese solo quando ero solo, in qualche momento tranquillo, seduto su un bus o su un tuk tuk, o durante una notte insonne, quando senza preavviso cominciavo a piangere senza capirne il motivo… gioia tristezza gratitudine dolore….  e mancanza, perché già sapevo quanto mi sarebbe mancato e non sapevo come togliermi di dosso quella sensazione.
Avevo visto tante immagini -che in realtà erano il motivo per cui sono arrivato in Etiopia- ma non immaginavo cosa avrei provato… e sono rimasto sconvolto… a scrivere mi vengono ancora i brividi e gli occhi si bagnano di una strana emozione, forte, innata, quasi ancestrale…
condividere momenti con queste persone è un’emozione indescrivibile…
A fine giornata o nelle ore troppo calde per camminare, mi avvicinavo ad un piccolo gruppo di bambini sempre curiosi di vedere le mie foto: in pochi minuti mi trovavo coperto da 15/20 faccine sporche che facevano a gara nell’aiutarmi a riconoscere i soggetti delle foto. 20 bambini, 40 manine che toccavano tutto, la sensazione di non potermi muovere perchè schiacciato, orecchio contro orecchio, da una miriade di innocenti anime curiose giocose scherzose vogliose di qualcosa di nuovo diverso… esotico. ogni volta sono uscito da queste mischie incredibilmente sporco di terra, polvere, argilla, burro, sudore, canna da zucchero, pitture corporee e chissà cos’altro… mai sono stato più contento di essere così sporco e puzzolente…
Spesso mi sono reso conto che gli stimoli ricevuti da queste piccole calamità naturali erano troppi per il mio fisico inferiore e la mia piccola testa… e sentivo il bisogno di separarmi e resettare per non esplodere. visitare un villaggio, camminare tra le capanne, vuol dire avere costantemente almeno 2 bambini per mano e altri 3/4 che lottano per avere l’onore di toccarti. giocare con un bambino significa ripetere lo stesso gioco con altri 20 per poi reiniziare da capo… ma quanto è bello vedere gli occhi di un bimbo che scopre un gioco nuovo? stupore ed emozione che si ripetono ogni volta che allungano le mani e ti supplicano con gli occhi di rifarlo un’altra volta…"

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 02 agosto 2012
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