Era mio padre quel Gesù Bambino

Un libro di racconti del grande scrittore pubblicato da Interlinea e curato da Federico Roncoroni. Per gentile concessione dello stesso Roncoroni, Varesenews pubblica il racconto che dà il titolo al volume

Ogni anno, verso la metà dicembre, mio padre, che quando ero bambino aveva già quasi
cinquant’anni, andava nei boschi sul far della sera a tagliare un alberello, lo portava a casa al
primo buio e lo drizzava sopra un profondo ripiano della nostra cucina, che liberava prima
d’ogni ingombro. Avvicinandosi il Natale, sera per sera si dava da fare intorno all’albero,
tirando dietro di sé una tenda che mi impediva di seguire il suo lavoro, benché sapessi che,
come l’anno prima, vestiva l’albero con fiocchi di bambagia, festoni di pagliuzze luccicanti
e palloncini di vetro colorato, appendendovi qualche mandarino, caramelle, cioccolatini
neri e duri come sassi, piccoli torroni melmosi nelle loro scatolette bianche, due o
tre sonagli e un campanellino di vetro che tintinnava ad ogni muover di fronda dell’alberello.
Alle ultime divaricazioni di ogni ramo  fissava con delle pinzette a molla una mezza
dozzina di candeline rosse. Ai rami più bassi e più solidi appendeva invece dei salamini alla
cacciatora, un mazzo di peperoncini rossi che gli mandavano i suoi parenti dalla Sicilia e
qualche scatola di sardine o di alici in salsa piccante.
Quando l’albero era fatto, tornava nei boschi a raccogliere un mezzo sacco di muschio
col quale componeva un bel tappeto su tutto il ripiano, che poi popolava di pecorelle, asini e
pastori ritagliati da un foglio e incollati su sagome di cartone. Ai piedi dell’albero, in una
capanna di paglia, metteva un bambolotto di celluloide con le braccia alzate, più grosso delle
due statuine di gesso di san Giuseppe e della Madonna che gli stavano accanto e perfino
dell’asino e del bue. In primo piano, posava sul muschio uno zampone di Modena simile a
un avambraccio nerboruto, che sembrava il personaggio più importante del presepio.
Lavorava ogni sera su quella specie di palcoscenico, quasi sempre in ginocchio perché
il vano non era alto, dopo aver tirato la tenda alle sue spalle perché nessuno vedesse i suoi
armeggiamenti.
Dove avesse imparato a comporre quella sua visione del Natale, non l’ho mai saputo. Non
certo in Sicilia, dov’era nato nel 1867, né in altri luoghi dov’era vissuto prima di venirsi a stanziare e a far famiglia sul lago Maggiore e tanto meno a Napoli, nei vent’anni che ci aveva passato da scapolo, piuttosto spensieratamente.
La notte di Natale stavamo tutti, lui, mio zio, mia madre ed io, davanti al camino acceso
ad aspettare la nascita di Gesù. Mio padre, che sarebbe stato volentieri in silenzio, per far
passare le ore mi raccontava storie di freddo e di gelo, di lupi affamati e di viandanti sperduti
nella neve. Ma si stancava presto e si raccoglieva in se stesso, per scendere forse nei ricordi
della sua infanzia.
Cinque minuti prima della mezzanotte si alzava di scatto, spegneva la luce elettrica, poi
saliva sul ripiano, accendeva le candeline dell’albero e scendendo tirava d’un colpo la tenda
perché potessimo ammirare lo spettacolo che aveva preparato per noi.
Andava quindi a sedere vicino al fuoco col suo orologio in mano, in attesa che le due lancette
si sovrapponessero sul dodici, scritto in numeri romani sul suo remontoir.
«Ecco!» diceva quando era mezzanotte in punto. «È nato». Riponeva l’orologio nel taschino
e guardava tristemente il fuoco, mentre io mi lanciavo verso l’albero e cominciavo
a spogliarlo.
Nascosta dietro la capanna del presepio, trovavo sempre una scatola legata con un nastro,
dove c’era il regalo per me: qualche tavoletta di cioccolata svizzera e un giocattolo,
un’automobilina di latta che riproduceva in piccolo l’Isotta Fraschini o la Ceirano e che
averla adesso sarebbe una rarità, benché allora costasse solo un paio di lire. Era un dono
simbolico, ma che mi faceva spasimare. Il vero dono, quello più consistente, un paio di
scarpe o un cappottino, l’avevo già avuto senza alcuna emozione il giorno prima.
All’Epifania, quando arrivava la Befana, l’albero appariva strapazzato e come appassito,
quasi gli fosse passata sopra un’alluvione.
 
Non c’era più neppure lo zampone, mangiato per Capodanno con le lenticchie.
La notte dell’Epifania, dopo cena, mio padre riponeva i luccichini e le statuette dentro
una scatola, stroncava i rami dell’alberello, ne faceva in pezzi il tronco e bruciava tutte quelle
spoglie nel camino insieme al muschio, beandosi all’odore d’incenso che si diffondeva
per la cucina.
Liquidato il Natale e tutte le feste successive, lasciava che mia madre rioccupasse il vano
con scatole e stracci d’ogni sorta fino alla metà dicembre dell’anno dopo, quando con
la sua solita pervicacia e ostinazione rifaceva l’albero, sempre tenendosi nascosto dietro la
tenda.
Mantenne l’abitudine di quel rito pressappoco dal 1916 al 1923, quando si accorse che
avevo sospettato la vera provenienza dei doni e specialmente dello zampone di Modena,
che da allora per Natale portava a casa in un pacco insieme a un vaso di mostarda, timidamente
e quasi di nascosto, forse pentito di avermi fatto credere che Gesù Bambino se ne andasse in giro di notte con scatole di sardine, peperoni secchi, cotechini e addirittura con uno zampone di Modena sottobraccio.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 24 dicembre 2012
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