Il muratore lavorava in subappalto, ora lotta contro la morte

Stava lavorando su un capannone a Ferno per un'impresa dell'hinterland di Torino: le sue condizioni sono gravissime. La Cgil: "Autonomi e piccola impresa, serve più preparazione e prevenzione. Non basta una cazzuola per aprire un'impresa edila"

Il muratore venuto dalla Moldavia, precipitato ieri da un ponteggio a Ferno, oggi è in un letto dell’ospedale di Circoli: ha una emorragia cerebrale molto estesa, causata dall’impatto con il suolo. Anche dopo la notte, le sue condizioni sono giudicate gravissime, vista l’ampiezza del versamento di sangue. In questi casi si dice che la sua vita è appesa ad un filo, ed è un’immagine ancor più tragica, se riferita agli operai edili, così spesso coinvolti in cadute. A Ferno – dove è avvenuto l’incidente che ha coinvolto il muratore – si lavorava su un capannone: l’uomo è di origine Moldava, vive a Torino, l’impresa di cui è dipendente – secondo le informazioni raccolte dalla Fille Cgil – ha la sede a Settimo Torinese e ha in subappalto i lavori dall’impresa appaltatrice, che ha sede a Turbigo. Sempre secondo la Cgil anche il ponteggio sarebbe stato allestito usando tavole di legno da armatura, troppo leggere per reggere il peso di un uomo (si dovrebbe usare legname da ponteggio, più robusto)

Appalti, subappalti, lavoro autonomo in cantiere, "padroncini". Al di là dell’episodio specifico, è su questo che il sindacato vuole mettere l’attenzione: nei cantieri girano lavoratori spesso di decine di aziende. «Analizzando i casi di infortunio mortale avvenuti in Lombardia fino a novembre – osserva la Cgil – emerge che circa la metà sono avvenuti proprio nel settore delle costruzioni». Prendendo in considerazione gli incidenti in edilizia, «oramai solo il 50% interessa lavoratori dipendenti tipici, l’altra metà è composta da soci lavoratori, lavoratori autonomi, titolari, pensionati e irregolari». Quest’ultimo dato – anche se non è il caso di Ferno – è secondo la Cgil molto più accentuato in provincia di Varese.

Muratori, addetti agli intonaci, piastrellisti: sono sempre più i lavoratori che vanno in cantiere anche come autonomi o in piccolissime società, alle prese con ritmi di lavoro in crescita e persino con la difficoltà a farsi pagare il lavoro fatto (vedi i tanti episodi di lavoratori che salgono su tetti e gru per ottenere il pagamento degli arretrati) «Occorre aprire, o riaprire, una riflessione sul problema del lavoro autonomo, del lavoro parasubordinato e della piccola impresa. Tre temi interconnessi, che hanno a che fare con il fenomeno del decentramento spinto delle attività produttive, con le catene di appalti e subappalti che rendono più fragili le imprese e più deboli ed esposti i lavoratori. Bisogna riprendere il tema della qualificazione delle imprese, per riconoscere che, soprattutto in alcune attività economiche, è indispensabile garantire consistenza di mezzi di produzione e di mezzi finanziari. Estremizzando, è impensabile che per aprire un’impresa edile sia sufficiente avere un secchiello e una cazzuola». La questione, secondo la Cgil, è quindi fare sì che ci siano almeno standard minimi sulla sicurezza: «In tema di prevenzione di infortuni e di malattie professionali, non è più accettabile che per esercitare la libertà di impresa si possa aprire un’attività senza conoscere almeno le fondamentali norme e tecniche di sicurezza e di prevenzione».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 21 dicembre 2012
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