Nicastro racconta: “Così si decide un omicidio mafioso”

L'ex-boss di cosa nostra, oggi pentito, descrive la facilità con la quale si arriva alla decisione di uccidere un non affiliato e, insieme a Vizzini, descrive le dinamiche interne dell'associazione mafiosa

Nel giuramento di cosa nostra c’è un passaggio che descrive tutto l’orrore che c’è in un’organizzazione di questo tipo. Lo racconta in aula a Busto Arsizio Fabio Nicastro (nella foto a sin.), affiliato alla mafia fino al momento del suo pentimento: «Nel caso in cui un tuo fratello (un altro affiliato) ti chiede aiuto mentre tua moglie incinta è in un lago di sangue tu non devi esitare, lascia tua moglie e aiuta un tuo fratello». Tra le tante formule del giuramento di mafia viene evocata anche questa immagine a colui che decide di entrare a far parte dell’organizzazione. «Per decidere la morte di un non affiliato è sufficiente che si riuniscano tre uomini d’onore e uno di questi dica che quella persona deve essere ammazzata perchè anche gli altri due si impegnino ad assecondare questa volontà» – racconta ancora Fabio Nicastro durante la sua deposizione nell’ambito del processo a Emanuele Italiano, accusato di aver ucciso (insieme allo stesso Nicastro e a Rosario Vizzini, entrambi già condannati, ndr) Salvatore D’Aleo il 2 ottobre del 2008 e di averne occultato il cadavere. «Se, invece, tre uomini d’onore si riuniscono per decidere della morte di un quarto uomo d’onore – prosegue Nicastro – tutti e tre devono essere d’accordo perchè si possa fare». E ancora: «La vita dei tuoi fratelli vale molto, quella di D’Aleo non vale nulla – aveva detto il boss Gino Rinzivillo a Vizzini – quindi io avrei dovuto assecondare questa decisione». 

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Sono queste alcune delle affermazioni fatte in aula dall’ex-boss affiliato alla famiglia Emanuello, molto vicina a Giuseppe Piddu Madonia, e che ha fatto parte del gruppo mafioso bustocco capeggiato da Rosario Vizzini, referente di cosa nostra siciliana a Busto Arsizio. Lo stesso Vizzini descrive così, davanti ai giudici di Busto, gli esordi del suo gruppo criminale in città: «Chiamai uno per uno tutti gli imprenditori gelesi in città – racconta Vizzini - dissi loro che stavamo organizzando una cosa nostra a Busto e che bisognava dare soldi per la famiglia Rinzivillo di Gela. Tutti si erano mostrati disponibili ma poi nessuno si decideva a scucire i soldi ed è per questo che diedi il via libera a Fabio Nicastro nell’organizzazione di incendi, danneggiamenti e minacce». Era il 2003 e Vizzini a Busto ci stava da parecchi anni nei quali aveva già commesso un omicidio, quello dell’avvocato Mirabile nel 1989, e diversi traffici di droga. Nicastro ha definito cosa nostra «una realtà parallela nella quale meno si parla e meglio è – racconta ai giudici – per questo io e D’Aleo seguimmo Emanuele Italiano la sera del 2 ottobre (quando D’Aleo fu poi ammazzato, ndr) senza chiederci cosa dovevamo fare e dove dovevamo andare».

Questo scenario, che ricorda le società più arcaiche della storia dell’umanità, è in realtà parte integrante della città di Busto Arsizio dove una folta comunità di gelesi da decenni vi si è stabilita apportando prima manodopera per le tante fabbriche della zona e per i cantieri edili e poi ricchezza imprenditoriale con una nuova classe di imprenditori, soprattutto del mattone, che hanno costruito palazzi un po’ ovunque. Proprio in questa generazione, nata e cresciuta all’ombra del campanile di San Giovanni, continuavano a vivere i germi dell’omertà e della mafia. A dare una mano a Vizzini, infatti, è un imprenditore gelese come Massimo Incorvaia, prima vittima delle estorsioni e poi zelante collaboratore che scova e mette nelle mani di Vizzini gli imprenditori da avvicinare per chiedere il pizzo. Tra di loro ci sono i Mancuso, che pagano dopo l’incendio di una ruspa, così come Franco Luca (uno dei primi se non il primo a subire la morsa mafiosa) oppure i fratelli Di Dio che non denunciano ma non pagano una lira. Questo il quadro silenzioso nel quale operavano i mafiosi di Busto, un silenzio rotto solo dalle sirene dei Vigili del Fuoco prima e della Polizia poi.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 18 dicembre 2012
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