“Patrimonio pubblico, una svendita discutibile”

La lettera del “Comitato autorganizzato saronnesi senza casa” che occupa l’edificio pubblico di via don Monza, futura sede dell’associazione “I Bruchi”

La lettera del Comitato autorganizzato saronnesi senza casa dopo le dichiarazioni dell’amministrazione comunale sul progetto di riqualificazione della casa di via Don Monza. Un affondo sulla politica del comune sulla gestione del patrimonio pubblico:

 

La condizione economica e sociale del comune di Saronno – così come di moltissime regioni province e comuni d’Italia – è critica. Lo stesso assessore Fontana descrive lo stato di prostrazione a cui si è giunti: il comune è fortemente indebitato, non può permettersi mutui e non riesce ad assolvere (o lo fa con molta difficoltà) nemmeno alle necessità di manutenzione più basilari: interventi su strade, giochi nei parchi, illuminazione, fognature, coperture in eternit da sostituire, tetti con infiltrazioni d’acqua e così via.

Ad appesantire questa situazione si aggiunge il Patto di Stabilità che, imponendo ai comuni di mantenere un bilancio a tutti i costi positivo (ogni investimento deve assicurare alto profitto, ogni avanzo di bilancio deve compensare il debito pubblico), impedisce e limita ogni azione.

È evidente che il comune non avendo soldi non può rispondere alle richieste della cittadinanza. L’unica possibilità di incassare denaro spendibile si rivela essere la svendita del patrimonio pubblico. In particolare ‘’appartamenti, terreni, loculi cimiteriali e così via’’.

Ma veniamo alla descrizione di una situazione in particolare.

 

Come crediamo ormai ben si sappia, abbiamo occupato una casa di proprietà comunale in via Don Monza 18. Su questa proprietà esiste un progetto: raggruppare in una unica sede diversi servizi comunali tra cui il centro diurno Ai Bruchi (che si occupa di dare assistenza a minori con famiglie in difficoltà e non di disabili come erroneamente si è spesso detto). Il progetto sembra essere già stato approvato ma ovviamente mancano i soldi per renderlo esecutivo.

Data la situazione di stallo in cui si trova il comune da dove potrebbero giungere i soldi necessari all’attuazione del progetto?

Non sapendo come rispondere a tale quesito abbiamo deciso di metterci in contatto con i Bruchi, cercando maggiori informazioni. L’incontro ha dato vita ad un buon dialogo e abbiamo potuto dedurre dalle loro affermazioni che il servizio da loro offerto alla comunità funziona molto bene e non necessita di particolari cambiamenti.

 

Siamo inoltre riusciti a trovare risposta ai nostri dubbi: la sede dei Bruchi è in un appartamento di proprietà comunale e i soldi per dare inizio ai lavori in via Don Monza verranno ricavati dalla vendita di appartamenti di proprietà comunale , tra cui quello in cui hanno sede i Bruchi.

Partono ora da qui numerose riflessioni che abbiamo fatto.

Primo fra tutto: al posto di fare tutto il possibile affinché questi appartamenti vengano usati per rispondere alla richiesta di case che opprime Saronno, il comune decide di vendere sapendo che, in questi anni di crisi, è difficile comprare e che comunque solo chi già si trova in condizione agiata può permetterselo; dall’altra chiede ai privati di offrire generosamente le loro proprietà in eccesso, sapendo che quasi nessuno risponderebbe a una tale infruttuosa richiesta.

Seconda cosa: per sistemare e ampliare la casa di via Don Monza, seguendo i perigliosi canoni dell’agibilità, ci vorrà forse più di un anno, durante il quale il servizio offerto dai Bruchi potrebbe subire disagi per l’utenza durante il trasloco della sede.

 

Nascerebbe quindi per il comune il problema di trovare una sede temporanea e data la mancanza di proprietà comunali , data la lunga lista di attesa per la richiesta di sedi da parte delle associazioni saronnesi, si tratterebbe di creare ulteriori difficoltà nella cittadinanza; si originerebbero forse scompigli tra le associazioni che si vedrebbero usurpare il posto e magari il comune si troverebbe nella paradossale situazione di dover affittare una sede.

Se non trovassero una soluzione a questo problema il servizio subirebbe dei disagi e i fruitori si troverebbero in difficoltà.

Non ultimo noi stessi, Comitato Autorganizzato Saronnesi Senza Casa, ora che abbiamo trovato un luogo da abitare, ritorneremmo ad essere senza un tetto. 

L’unica ragione per perseguire un così complicato progetto potrebbe essere il fatto di riuscire a far cassa nell’unico modo che, come abbiamo specificato all’inizio, ha a disposizione l’amministrazione comunale cioè vendendo proprietà pubbliche.

  

Abbiamo notato negli ultimi giorni quanto dia fastidio al Sindaco, e all’amministrazione in generale, un gruppo di persone che rifiuti di delegare parte della propria vita alle istituzioni.

Porro ci ha risposto: “Gli occupanti non si facciano domande inutili. Dove l’Amministrazione trova i fondi per la riqualificazione non è un loro problema .”

E invece il problema è anche nostro, è di tutti i saronnesi, di tutte le persone. Se ci troviamo in una simile situazione economico-sociale è proprio perché si è delegato tutti quanti una parte della nostra vita nelle mani di poche persone, che, come era prevedibile, hanno fatto i loro porci comodi.

L’idea che ci siano dei tecnici specializzati in ogni settore per risolvere i problemi e soddisfare i bisogni delle persone perpetra l’esclusione della gente dalla propria vita; dà luogo alla tendenza generale a sentirsi incapaci di fronte alle difficoltà, a non prendere parola laddove un tecnico inizia una sequela di tecnicismi tipici del peggior Azzeccagarbugli. Sarebbero dovuti essere così anche gli incontri di pseudo partecipazione organizzati dal comune, per fortuna alcuni cittadini determinati hanno smascherato subito la farsa.

Partecipazione non è certo assumere qualche pillola di democrazia partecipata quando lo decide una giunta: in quelle occasioni false in cui ti dicono cosa faranno mandando un tecnico, dove le critiche da parte della cittadinanza entravano da un orecchio dei delegati di giunta ed uscivano dall’altro. Come può d’altronde esserci partecipazione, autogestione, se le decisioni vengono poi ugualmente prese da una ristretta casta?

Partecipazione, secondo noi, è un cerchio, senza alcun tipo di gerarchia. È condividere le capacità tecniche senza alcun fine di lucro. È autorganizzarsi non sentendosi nessuno tecnico specializzato di qualcosa, ma attori a tutto tondo della nostra esistenza.

E’ normale che queste idee, queste pratiche, da una parte facciano breccia tra le persone e dall’altra vengano guardate con sgomento dai politici.

Ne siamo davvero convinti, l’abbiamo già scritto ma ci sembra giusto ripeterlo:

Avete creduto fino ad oggi che ci fossero dei tiranni? Ebbene vi siete sempre sbagliati, perché non ci sono che schiavi: laddove nessuno obbedisce, nessuno comanda.” Anselme Bellegarrigue

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 13 dicembre 2012
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