Quando i dipendenti assaltarono la sede della Primavera

Una ex-dipendente racconta le traversie vissute quando lavorava per la società creata e gestita da Quintino Magarò: "Chiedevamo solo il nostro stipendio e lui ci chiese chi eravamo"

E’ il 29 gennaio 2008 e una folla di dipendenti si riversa negli uffici della cooperativa Primavera in via Borghi, chiede conto degli stipendi non ancora versati e Quintino Magarò che arriva a bordo di una fiammante Audi bianca, abbronzato come sempre, scende dall’auto e chiede: «Ma questi chi sono?». E’ questo uno dei peggiori ricordi rimasti nella mente di una delle tante persone che hanno lavorato per la cooperativa sociale al centro dello scandalo che sta travolgendo, ancora una volta, la città di Gallarate. Un altro lascito di un sistema politico che ha già visto finire nel mirino della Procura della Repubblica altri esponenti della politica cittadina. 

V.C. ha lavorato alla Primavera tra il 2005 e il 2009 e racconta così la sua vicenda: «Posso dire che spesso mi è capitato di aspettare per un mese l’arrivo dello stipendio, non "riuscivano" a fare i bonifici, non rispondevano al telefono per chiarimenti e nel momento in cui riuscivano a rispondere alla richiesta dello stipendio cadeva la linea o dicevano che il bonifico era stato fatto, ma oggettivamente i soldi in banca non c’erano – ricorda – Per quanto riguarda i cedolini, non erano mai chiari, e mancava sempre qualcosa all’appello, ricordo in particolar modo un evento assolutamente inquietante in cui mi sono trovata per la disperazione a dover andare a prendermi i soldi con la forza, era il 29 gennaio 2008 e la coop. Primavera era piena di gente che chiedeva il suo stipendio. Io mi sono impuntata perché vivendo da sola ne avevo estremo bisogno. Si trattava peraltro di una somma di 529 euro se non erro quindi molto bassa, il "signor" Quintino è entrato posteggiando la sua Audi bianca lucida con interni bordeaux e come se niente fosse disse: cosa vogliono questi? Le dico solo che erano le 9 del mattino e io alle 14 ancora ero seduta davanti agli uffici con lui che mi diceva di andarmene perché non poteva darmi lo stipendio e che avrebbe chiamato la polizia o i carabinieri. Per togliergli il peso li ho chiamati io dopo che, gridandomi contro, disse: "Se ne ha così tanto bisogno andrò a prelevarli dal mio bancomat". Comunque io ho tutte le buste paga e anche gli strani contratti di lavoro che firmavo a settembre e partivano a ottobre inoltrato». 

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 05 dicembre 2012
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