Quel “club” nella brughiera dove si spara agli animali

Su invito di un lettore cacciatore, la cronaca di una giornata tra gli ultimi scampoli della pianura varesina in una delle riserve faunistiche venatorie della provincia. Qui generazioni di industriali in doppietta venivano per fare colpo sui clienti. Oggi è la "casa" delle doppiette milanesi

caccia fagiano golaseccaRemo non spara. Luigi, anche lui guarda in alto, e non spara. Il cane sì, idealmente, con un latrato: ma lo fa per istinto. Segnala che fra i rami di un castagno che segna il sentiero ai margini del bosco, c’è un fagiano appollaiato sull’albero. Una fagiana, per l’esattezza (è quella nella foto qui a sinistra).
Le doppiette rimangono alla spalla: «È la nostra etica: non spariamo ad un animale fermo».
La caccia è argomento un po’ meno tabù rispetto agli anni scorsi, quelli del referendum che ne proponeva l’abolizione. È passato del tempo, ma nel sangue di molte doppiette rimane ancora uno dei temi forti legati alla battaglia antiproibizionista: se fatta con regole, con rispetto, la caccia un’etica ce l’ha e l’abbiamo trovata in un gesto proprio in un “club” dove si va per sparare agli animali: fagiani, conigli selvatici, beccacce.
Questa è la cronaca di una mattinata passata a Golasecca in una delle sei aziende faunistiche venatorie della provincia di Varese. Basta il permesso di caccia e il fucile e bisogna rispettare il calendario venatorio, vale a dire mai martedì e venerdì – “silenzio venatorio” – e nel periodo compreso fra l’ultima settimana di settembre e il 31 gennaio; il costo varia, ma parliamo di circa 150 euro per un’uscita di una mattina, con poco meno di una decina di capi abbattuti.
«È una caccia ricca, una caccia del giorno di festa – aveva avvertito Luigi Roi, presidente della Federcaccia Varese, che accompagna nell’uscita, come osservatori, assieme alla guida, Remo – . Ma c’è anche chi caccia solo in questo modo».
Il motivo di questa ricchezza, e del fatto che molti amino questo modo di andare a caccia, sta nella continua immissione di selvaggina nel perimetro della riserva, che naturalmente fuoriesce con un colpo d’ala e si “irraggia” nelle campagne circostanti.
Si parte verso le 9.30. Il raduno è nella Casa di caccia, gestita da Carlo Gallazzi e dallacaccia golasecca riserva moglie Marisa. Non si caricano le armi, come verrebbe da pensare varcata la soglia. Non si “oliano” i fucili. Il cane attende fuori. Invece partono i caffè e le chiacchiere col direttore, Osvaldo (a sinistra nella foto, a destra Luigi Roi), un uomo che porta con disinvoltura i suoi 73 anni: è un guardacaccia asciutto in grigioverde e racconta, fra i tavoli di quello che pare proprio come un ampio soggiorno di casa: per questo lo fa senza fretta.

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Caccia in riserva 4 di 11

«Qui un tempo era diverso, la caccia era intesa come arte venatoria, come una sorta di attività destinata ad un’élite di privilegiati – spiega – . Venivano facoltosi industriali che detenevano quote della riserva. Ci portavano i soci e gli amici: ma era anche un’occasione buona per far colpo sui clienti, per chiacchierare di soldi: tra il fumo delle doppiette nascevano alleanze e affari, e soprattutto si veniva qui per stare lontano dalle mogli» – dice sorridendo. «Ora è un po’ cambiata la musica».
Molti cacciatori hanno appeso il fucile al chiodo, altri si sono avvicinati alla caccia, che si è spogliata da quella veste di addobbo sociale quale era. Ci si viene, qui in riserva, sempre brughiera golaseccaper allontanarsi dalla vita quotidiana, per passare qualche ora coi compagni per stare allo stato brado e godersi una giornata di nebbia, che in mezzo a questa natura riesce ad avere più fascino del sole di settembre, che apre le danze e scalda le passeggiate nei boschi di Golasecca. Ci vengono da Milano, qui in brughiera. Un posto che si pensa piatto, desolato; invece il secco dei prati, la rugiada che si attacca alle spine dei rovi, fa resistere questo pezzo di natura nel pieno della sua bellezza.
La riserva parte dal fitto del bosco e arriva in ampie spianate nascoste dalla bruma che si chiudono con campi di stoppie e poi ancora respirano fra ginepri ed eriche. Qui, in un pezzo dei 500 ettari della riserva, divisa in cinque settori, rimane intatta la brughiera come quella che c’era prima dell’urbanizzazione.

Il cane, quando si esce dalla casa, impazzisce: è un "epagneul breton", Pippo, di 9 anni: in realtà ha già capito da tempo cosa sta per succedere. Appena lo si libera comincia a correre verso la zona di caccia, e fa il suo dovere per diverse volte svelando la presenza degli animali a pochi metri dai cacciatori che mai, senza il suo aiuto, avrebbero potuto vederli. Alla fine, in poco più di tre ore, il carniere si riempie con sette fagiani.
È la riserva, e un’uscita analoga in ambito “libero” avrebbe assicurato un decimo del risultatofagiano golasecca ottenuto, o forse meno. Le prede vengono pulite e messe sottovuoto, il fucile nel fodero, e il cane si gode una scatola di carne e il riposo dei campioni. A tavola ci sono gli accompagnatori, i “fucili” che stanno coi clienti e indicano i posti migliori dove cacciare e dispensano consigli infallibili: torniamo dopo a cercare quel maschio, manda il cane a guardare in quello “sporco”, occhio, perché entriamo in questo bosco.

E a pranzo si fanno incontri inaspettati come Giorgio Cairoli, ticinese, imprenditore di Balerna che insieme a Sabrina Bottinelli ha appena concluso l’uscita. Viene qui da una quindicina d’anni, spiega, e grazie agli accordi fra il suo Paese e l’Italia può attraversare il confine con cane e fucile. A tavola si sprecano storie di cinghiali e schioppettate, fra ricette di un altro mondo, come il cinghiale alle olive e cioccolato fondente.
caccia golasecca impronte«Cos’è la caccia… – salta fuori dopo un paio di bottiglie di vino - : è qualcosa che non finisce mai. È il rispetto e l’amore per l’ambiente. È proseguire le tradizioni che di generazione in generazione, in Ticino come in Italia, fanno vivere i luoghi. E soprattutto per me la caccia incomincia il giorno dopo la chiusura: parto per osservare quel passo e quella cucciolata, quel sentiero fatto dai cinghiali e il terreno che si prepara per l’inverno e che rinasce a primavera. Questo vuol dire, per me, cacciare» dice Giorgio.
Fuori il sole tarda ad arrivare e Osvaldo il guardacaccia, prima di salutare fa vedere da lontano i selvatici nei recinti: «Poco casino, non parlate perché altrimenti si spaventano, vado avanti io», dice, come se parlasse dei suoi nipotini. Ci sono lepri, e furetti che servono per stanare i conigli selvatici nella loro tana; i fagiani con le livree colorate dei maschi: animali che una volta lasciati liberi tornano nei tascapane dei cacciatori, ma che è bello sapere che per una buona metà riacquistano la libertà per volare chissà dove.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 29 dicembre 2012
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