Terza Pietra del Sole: “Tutto sotto controllo, senza dimenticarci di osare”

Intervista alla band varesina che nel 2012 pubblica il primo album "Tutto sotto controllo" e si presenta con un sound nuovo e sempre in evoluzione

La musica degli anni sessanta-settanta non è destinata ad essere solo il repertorio di nostalgici deejay che ricordano la loro gioventù, ma una vera fonte di ispirazione per realtà musicali nuove e fertili. Del resto se la musica del passato aveva una qualche sostanza (insieme alla forma), lo si vede proprio nei frutti che è riuscita a generare negli anni a seguire. E di frutti ne ha generati parecchi anche negli squilibrati anni duemila e dieci post-ideologizzati, in cerca di sobrietà e stabilità. Nella zona di Varese da qualche anno gira una nuova band dal nome evocativo Terza Pietra Dal Sole, nome dai rimandi filosofici preso a prestito proprio da una canzone di Jimi Hendrix. In attività dal 2007, dopo due demo, la band, nel gennaio 2012, realizza il primo album "Tutto sotto controllo", che mischia la purezza del rock “anni sessanta” degli esordi con l’inquietudine del rock contemporaneo, accompagnato da testi vibranti e incisivi, pieni di rivalsa, di ricerca e di smarrimento per trovare un sentiero nuovo e migliore. E ora la parola a Niccolò Maggio, chitarrista e ideatore del progetto e ad Elisa Begni, cantante.

Come mai avete scelto di chiamarvi con un nome così originale ‘La Terza Pietra dal sole’?
«Il nome della band non è stata una vera e propria scelta, in una qual maniera è arrivato da solo. Anni fa, prima di suonare i nostri inediti, portavamo in giro un repertorio di cover rock ’60/’70. I tre nomi principali che spiccavano nel repertorio erano i Led Zeppelin, Jimi Hendrix e Janis Joplin ed è stato proprio in onore di queste nostre radici che abbiamo scelto come nome un celebre tema che suonava spesso Jimi: "The third stone from the sun", che tradotto è diventato il nostro "Terza Pietra Dal Sole". Filosoficamente, poi, ci sono piaciuti subito i significati che questo nome portava con sé».

Vi definite in un insieme di generi musicali o siete per il superamento di questi?
«Siamo senz’altro per il superamento. E a mio parere tutti i musicisti che vogliono proporre la loro musica dovrebbero esserlo. Essere nuovi, nel bene o nel male, vuol dire essere personali, unici. Ultimamente tendo a spiegare questo punto con una domanda che riassume bene la questione: “Che motivo ha una qualsiasi persona per venire ad ascoltare proprio te e non qualcun altro?”. Ora, questo carattere di unicità lo si può maturare anche all’interno di un genere già affermato, ma diciamo che slegarsi un po’ dai canoni e fare quello che ti viene è il punto di partenza per il futuro. L’importante è non dimenticarsi due cose: essere autocritici e non aver paura di osare».

Da quanto tempo suonate insieme?
«Io e Elisa (la cantante) suoniamo insieme da ormai più di tre anni, Effe (il batterista) è arrivato circa due anni fa mentre Davide (il bassista) deve ancora "compiere" il primo anno con noi. La band infatti ha visto succedersi un po’ di musicisti prima di arrivare alla formazione attuale».

Quali sono le vostre influenze musicali?
«Come dicevo prima, parlando di influenze non si può non partire dal rock ‘60-’70. Pink Floyd, Led Zeppelin, Hendrix, Beatles, Janis Joplin, Jefferson Airplane, eccetera. Potrei andare avanti ore a citarti nomi di artisti che, magari anche solo in piccola parte, ci hanno influenzato. Tra le band odierne, come influenze comuni, trovi senz’altro Muse e Skunk Anansie, Pearl Jam e Placebo ed affini. Singolarmente ti posso dire che, tra le varie influenze, Elisa ad esempio ha una grande passione per David Bowie, Effe invece non ha mai nascosto di essere un gran fan dei Depeche Mode. Davide si è riscoperto e reinventato musicalmente col Reggae, mentre io ora sono in fase John Mayer, NIN, Appart e Bjork».

Da cosa traete ispirazione per la scrittura dei testi?
«Per questa e la prossima domanda lascio la parola alla nostra cantante Elisa, dato che, a parte qualche mia “intrusione”, è la principale autrice dei nostri testi»
Elisa: «I testi nascono principalmente dall’osservazione del mondo che ci circonda, ma anche (e soprattutto) dalla riflessione sui rapporti con gli altri e con noi stessi. Tutti i testi di “tutto sotto controllo”, in particolare, trattano il tema della relazione -spesso problematica- con la propria interiorità».

Quali sono le vostre influenze letterarie?
Elisa: «Io amo molto leggere, sia narrativa, sia poesia. Tra i miei autori preferiti ci sono sicuramente Pavese, Benni, Hesse, Rimbaud, ma anche molti altri. In generale la lettura rappresenta una grande fonte di ispirazione, per noi, soprattutto sul piano metodologico. Leggere grandi autori, del passato e del presente, aiuta ad interiorizzare il loro modo di osservare il mondo e di analizzare la realtà, sviluppando –allo stesso tempo- la propria sensibilità e il proprio personale senso critico». 

La canzone Naufragio recita “nel silenzio profondo senza sogni, senza ricordi, solo galleggiare nell’attesa di un raggio di sole”. Secondo voi la musica riesce a rendere questa attesa meno faticosa? Nel senso: può essere la terapia ideale contro le inquietudini e le ansie trasmesse dalla società contemporanea?
«Certo che si. La musica è un arte e come ogni arte è anche catarsi. L’ascolto deve sempre nutrire il pubblico, soprattutto parlando di tematiche sociali e/o umane relative al nostro tempo. Se non riesci ad essere catartico per chi ti sta ascoltando non stai comunicando bene. Vuol dire che gli stai solo dicendo cose che sa già. Devi riuscire ad essere liberatorio per lui. Facendolo sfogare. O facendolo sentire sollevato. Ti dirò di più, la musica è catartica in primis per chi la fa. Direi che noi siamo un esempio di questo».
Come vedete lo scenario indipendente italiano?
«Lo vedo messo abbastanza male. Ma non per mancanza di risorse o di nuovi validi progetti. Bensì perché i “nuovi” fanno gli stessi errori dei “vecchi”. Si ghettizzano nelle loro isole, cercando di piantarsi coltellate nella schiena mentre mantengono il sorriso in faccia. Insomma, un modello d’imprenditoria dello spettacolo che non è certo diverso da quello attuale; e dove ci ha portato il modello attuale? Se poi aggiungi che lo stato italiano non sta di certo aiutando lo sviluppo di questi settori… ma, detto questo, uno spiraglio positivo lo vedo. Nonostante tutto qualcosa si sta muovendo, sia da parte delle band che della gente. Non so ancora bene come definirla, ma ormai è da un po’ che mi porto a casa dai concerti questa sensazione».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 07 dicembre 2012
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