“Husqvarna è un caso di saccheggio industriale”

Dopo l'annuncio shock della Ktm di cessare l'attività, i duecento lavoratori dell'azienda hanno fatto un'assemblea sindacale davanti ai cancelli. Cartosio (Fiom): «L'obiettivo è svuotarla, alla proprietà rimane l'area immobiliare e soprattutto un marchio prestigioso»

husqvarna apertura
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«I tedeschi ci hanno regalato agli austriaci e questi ci licenziano». La lavoratrice dell’Husqvarna sintetizza così la situazione che lei e altri 211 lavoratori stanno vivendo in questi giorni, dopo l’annuncio della Pierer Industrie (Ktm) di chiedere la cassa integrazione straordinaria per cessazione di attività. Un anno di ammortizzatore sociale, che scatterà alla fine di maggio, e poi tutti a casa definitivamente e dello stabilimento che dal 1999 produceva moto a Cassinetta di Biandronno rimarrà solo un punto vendita che occuperà una trentina di persone. Questa è la prospettiva, perché al momento non c’è alcun piano industriale, nessuna strategia di rilancio, a confermarlo sono gli stessi sindacati.

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La domanda che si fanno i lavoratori riuniti in assemblea davanti ai cancelli dell’azienda è sempre la stessa: perché la Ktm ha acquistato l’11 marzo scorso dalla Bmw un’azienda che continuava a perdere da tre anni a questa parte, per poi chiuderla in modo così repentino? «È un caso di saccheggio industriale – dice Nino Cartosio della Fiom Cgil -. L’obiettivo è svuotare questa azienda, alla proprietà rimane l’area immobiliare e soprattutto un marchio prestigioso. Inoltre è altamente probabile, anche se non ne abbiamo la certezza, che la Bmw abbia lasciato qualche milione di euro».

Ktm con l’operazione Husqvarna acquisisce una fetta di mercato che prima era di un competitor, ma questo non è sufficiente a spiegare le ultime manovre della proprietà. Cartosio porta come esempio il caso MVAgusta: «Quando c’è stato il passaggio dall’Harley Davidson al gruppo Castiglioni – spiega il sindacalista – è stato fatto un grande lavoro di risanamento perché quell’azienda perdeva 30 milioni di euro all’anno». Insomma, alla nuova proprietà dell’Husqvarna non interessa rilanciare l’azienda, nonostante gli stabilimenti di Cassinetta di Biandronno siano un gioiello.

«È chiaro che c’è un problema legato al prodotto – aggiunge Flavio Cervellino, della Fim Cisl –. Nei magazzini ci sono 12mila moto in giacenza , ma nella proprietà non c’è una volontà di fare investimenti in ricerca e sviluppo e quindi non si valutano soluzioni alternative alla cessione di attività».

La Husqvarna ha diversi problemi che il bilancio evidenzia in modo impietoso: 128 milioni di euro di perdita nel 2010, 30 milioni di euro nel 2011 e 34 milioni di euro nel 2012. Ma un risultato così disastroso non è legato solo al prodotto che non attecchisce sul mercato. «In questa azienda – sottolinea  Cartosio – in consulenze si spende più dell’intera remunerazione dei lavoratori». Peccato però che l’Husqvarna non sia una società di consulenza.

Un altro capitolo disastroso sono le forniture. Prima dell’avvento dei tedeschi della Bmw la maggiorparte dei fornitori erano italiani, almeno l’80%, aziende dislocate lungo l’asse pedemontano. «Con l’introduzione dei modelli stradali – conclude Fabio Murazzi, addetto agli ordini e delegato Fiom – le forniture si sono spostate fuori dall’Italia, soprattutto in favore di tedeschi e austriaci. Comprare delle semplici viti all’estero diventa un costo in più e così per tutti i pezzi. Inoltre, la Bmw ci faceva montare i motori della Kymco, azienda di Taiwan, per non pagare le penali, quindi noi per il gruppo abbiamo rappresentato un risparmio sui costi derivanti da altre aziende».

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Pubblicato il 22 aprile 2013
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