Armeria Meschieri chiude, sotto i colpi dell’online e degli outlet

Colloquio con Luca Valcarenghi, titolare del negozio di abbigliamento in pieno centro a Varese, che ha rappresentato per decenni un punto di riferimento per la qualità

 «Ci fermiamo ora per fermarci bene». A parlare è Luca Valcarenghi, titolare dell’Armeria Meschieri, negozio di abbigliamento in pieno centro di Varese, che fa da punto di riferimento per lo stile e la qualità fin dagli anni Ottanta ma il cui marchio ha oltre cent’anni.
L’armeria Meschieri riaprirà, per l’ultima volta, da venerdì prossimo, 24 maggio, fino ad agosto: quando, presumibilmente, i magazzini saranno svuotati dopo la vendita straordinaria che comincerà appunto venerdì e serve per “portare nelle casse il più possibile per pagare le ultime cose.
Dopodichè quell’insegna, che a Varese esiste dal 1900, chiuderà definitivamente i battenti.

«Siamo arrivati a Varese nel 1987, pensando inizialmente di lavorare nel settore delle armi: avevamo rilevato infatti l’Armeria Meschieri di di via Avegno – spiega Valcarenghi -. Abbiamo poi progressivamente aumentato la quota di abbigliamento nel negozio. E, quando ci hanno proposto questa palazzina del settecento in pieno centro, abbiamo dovuto fare una scelta drastica in poco tempo. Qui non si potevano mettere le serrande piene che sono obbligatorie per i negozi d’armi, e così abbiamo dovuto decidere se rinunciare alla palazzina o rinunciare alla vendita delle armi. Ma la palazzina ci piaceva troppo…». E’ cominciata così la storia recente di un negozio a suo modo, oltre che storico, mitico: «Ci dicevano spesso che siamo cari, e invece noi abbiamo sempre cercato di tenere i prezzi più bassi possibile compatibilmente con la qualità, e la qualità costa: da noi una camicia costa 150 euro, è vero, ma quella stessa camicia a Milano ne costa 200».

Per molti anni è stato punto di riferimento per chi non rinunciava allo stile, e apprezzava i tessuti pregiati, la lana morbida e naturale, le camicie confortevoli addosso. «All’inizio abbiamo pensato anche che forse non era opportuno mantenere quel nome “Armeria Meschieri” per un negozio che era diventato esclusivamente d’abbigliamento. Ma ci piaceva mantenere la continuità, e abbiamo fatto bene: il termine “andiamo in Armeria” per i clienti era diventato un’abitudine».

Luca Valcarenghi, in uno degli eventi in ArmeriaPoi, però, la crisi si è abbattuta anche su di loro. «In realtà per i negozi di abbigliamento come i nostri la crisi è cominciata prima del 2008, momento in cui si è rivelata pienamente: è nata quando è subentrato nel nostro settore il mondo dell’outlet e delle vendite online. Sono questi due riferimenti ad avere cambiato totalmente il nostro modo di lavorare. I giovani e gli uomini (meno propensi ad andare in negozio) hanno incominciato a comprare online, e in tanti di tutte le età hanno incominciato a scoprire gli outlet, alla ricerca del marchio riconoscibile a poco prezzo. Ma mi lasci dire, in quei posti troppo spesso non vengono messe in vendita dei prodotti a fine serie, ma produzioni speciali a marchio ma di basso costo, che vengono enormemente ricaricate nel prezzo. Ma tant’è: le persone hanno pensato di trovare quello che cercavano, mentre la cultura dell’abbigliamento si abbassava sempre di più. Ora un quarantenne, di fronte a tessuti di popeline, twill o oxford per fare una camicia, non li sa distinguere. Una cosa invece assolutamente scontata per la generazione precedente».

Il risultato di questa approssimazione? «Che le persone rischiano di diventare schiave dei marchi: i quali nell’ignoranza possono offrire prodotti a più basso costo allo stesso prezzo, riuscendo ad ottenere enormi ricarichi. Non dico si comportino tutti così, anzi ci sono marchi che stimo enormemente per le loro scelte: si fanno pagare ma non prendono in giro il cliente, offrendo loro un prodotto di assoluta qualità. In altri casi invece, lo sfruttamento è scandaloso».

Il risultato è che anche Armeria Meschieri, che sui marchi non ha mai puntato, privilegiando la qualità pura del prodotto, ora chiude: «Il peso della crisi abbiamo cominciato ad avvertirlo dal 2008, ma il vero tracollo c’è stato nel 2012. E i primi mesi del 2013 sono stati cosi drastici che abbiamo dovuto riconsiderare tutte le nostre scelte». La decisione è infatti stata relativamente veloce: «Fino a pochi mesi fa eravamo convinti di continuare a investirci, tenere duro e proseguire. Abbiamo persino ideato una collezione di accessori. Poi ci siamo spaventati. non abbiamo le spalle grosse e ci siamo detti “se andiamo avanti un anno in questo modo, rischiamo di finire davvero male”. Per questo abbiamo deciso di chiudere, prima che sia troppo tardi».

La vendita straordinaria, per svuotare la palazzina storica nel centro di Varese, inizia venerdì, come recitano i manifesti che ricoprono le vetrine: «Lo so, sono un incubo quei manifesti. Ma ci siamo convinti che siano necessari: non potevamo permetterci di fare tutto in sordina. E, se devo dirgliela tutta, sono spiacente per i miei colleghi, che subiranno una svendita di un altro negozio in piena stagione. Chiedo loro però di avere pazienza: perchè poi dopo togliamo definitivamente il disturbo».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 22 maggio 2013
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