Borradori: “Abbiamo bisogno dell’Italia, però…”

Dopo l'autentico "tsunami" elettorale, il nuovo sindaco racconta come è cambiata la città: "dinamica accogliente e multietnica" e spiega come si gestisce il potere in Ticino

Piazza Riforma è il cuore di Lugano. Qui si affacciano tre banche, un bar di nome Caruso, le insegne di un locale cinese sopra lo storico Cafè Federale, i tavolini del ristorante argentino Tango.
L’anima di Lugano si avverte semplicemente guardandosi attorno. Dalla stessa piazza si accede poi al Palazzo Civico sfondo, proprio in questi giorni, di quello che è stato definito lo "tsunami" politico del cantone. Il voto delle ultime elezioni comunali ha consegnato la città alla Lega dei Ticinesi, una svolta storica dopo quasi trent’anni di amministrazione da parte di un unico sindaco, il liberale Giorgio Giudici. Oggi al suo posto siede Marco Borradori, ex Consigliere di Stato ed esponente di punta del partito fondato da Giuliano Bignasca. Lo abbiamo incontrato il giorno dopo il suo giuramento di fedeltà, atto istituzionale che precede l’insediamento in Municipio. 

Borradori, gli elettori hanno votato il cambiamento dopo un’era politica durata 29 anni. Che cosa l’ha più colpita di questo risultato elettorale?
«A differenza dell’Italia, dove questo non è possibile, in Ticino non è inusuale che un sindaco rimanga in carica così a lungo. Esistono comunque dei meccanismi per permettere la salvaguardia della cornice istituzionale rispetto a derive personalistiche. È il popolo che elegge tutti i municipali (l’equivalente dei nostri assessori, ndr) e questi sono espressione di partiti diversi. Per quanto riguarda Lugano penso di aver ricevuto una responsabilità grande. La città ha voluto un cambiamento, e ora sta a noi dare corpo a questa esigenza». 

Lugano è una città in costante evoluzione. Negli anni scorsi ha vissuto gli effetti delle aggregazioni e degli interventi sul piano dell’urbanistica ma ha anche investito massicciamente sul piano della cultura. Pensa che questo sia ancora una priorità?
«La cultura è importante perché può essere un volano, un elemento di attrazione significativo per una città come Lugano che è posta sull’asse Zurigo Milano e rappresenta un punto di contatto tra due poli diversi. Quello che si sta facendo oggi sul piano della cultura è impegnativo dal punto di vista dei costi. Si sta realizzando un centro culturale con un investimento di circa 200 milioni di franchi. Visti anche i costi di gestione (intorno ai 15 milioni), sarà importante perseguire programmi di eccellenza in modo da richiamare il pubblico da tutto il Nord Italia e dal resto della Svizzera».

Come descriverebbe la Lugano di oggi?
«La nostra città da diverso tempo è molto dinamica. In passato la piazza finanziaria è stata un tassello importantissimo basti pensare che fino a sette anni fa questo settore, per le casse del comune, generava un gettito di circa 55 milioni di franchi. Dopo la crisi questi sono diventati 16 obbligandoci a sviluppare altre strade, come quella culturale».

Lugano è anche una città cosmopolita. Solo il 60 per cento dei cittadini è svizzero… 
«Certo e chi dice che la Svizzera non è aperta verso l’esterno sbaglia. Ci sono scuole nel Cantone dove si parlano 120 idiomi diversi. Anche questo ci può aiutare a comprendere il risultato elettorale: se Lugano fosse stata quella di una volta, ossia soltanto il centro città, il sindaco sarebbe ancora Giudici. Sono i nuovi territori ad aver fatto la differenza, ma sono anche quelli più multietnici».

Dall’Italia tutti i giorni passano la frontiera circa 50mila lavoratori. Una risorsa importante per il Ticino che è cambiata nel tempo, ma che spesso è mal vista da alcuni vostri cittadini. Lei cosa ne pensa?
«Sono il primo a dire che senza i frontalieri il Ticino si fermerebbe, soprattutto l’edilizia e la sanità. Ma sul terziario avanzato oggi dobbiamo aprire una riflessione. I ticinesi lavorano soprattutto in questo settore ed è importante che venga garantita loro l’occupazione a condizioni adeguate. Spesso le imprese che assumono i frontalieri lo fanno a salari più bassi, che un lavoratore svizzero non può accettare. E se si alimenta questo meccanismo tutto il mercato del lavoro con il tempo sarà deteriorato». 

Un tema che accomuna Lombardia e Ticino, sempre in materia economica, ma anche sociale, è quello delle grandi opere, basti pensare ad Alp Transit ed Arcisate Stabio…
«Il Ticino è interessato dall’Alptransit, e abbiamo l’obiettivo di arrivare fino a Chiasso con l’auspicio che l’Italia proceda dalla sua parte. E poi dalla Lugano Malpensa o Arcisate Stabio, che dovrebbe essere pronta entro il 2014. Lo scopo qui invece è arrivare per l’Expo, evento sul quale la Svizzera sta investendo molto. Questo nuovo collegamento ci permetterebbe di raggiungere Malpensa in un’ora e poli come Losanna e Ginevra, in circa tre ore grazie al collegamento con Gallarate. Inoltre avremmo un’alternativa all’auto per i frontalieri creando una dinamica positiva anche per quanto riguarda l’inquinamento e il traffico». 

Tornando alla politica e ad alcuni temi sociali come l’immigrazione, il suo partito, la Lega dei Ticinesi, ha spesso assunto posizioni molto ruvide, spesso oltre il limite. Qual è la sua opinione su questo?
«La Lega non è xenofoba. È un contenitore con volti e modi di fare politica diversi. Ci sono state delle espressioni, come quelle di Giuliano Bignasca, molto forti con toni che per quanto mi riguarda non mi appartengono. Ma questo era il Nano, era la sua forza, anche se poi, nella realtà era molto aperto. Il suo messaggio metteva sempre al centro la necessità di tutelare le nostre radici».

Com’era il suo rapporto con Bignasca e come si è avvicinato al partito?
«Il Nano era un personaggio genuino e che riusciva a farsi voler bene. È stato lui a chiedermi, trent’anni fa, di entrare in politica con il suo movimento. Inizialmente ho fatto un po’ di resistenza, poi però è riuscito a convincermi. Per capire quello che è stato Bignasca basta pensare al giorno del suo funerale, io non ho mai visto così tante persone, anche diverse tra loro, per un ultimo saluto».

Ci sono delle differenze tra la Lega dei Ticinesi e la Lega italiana?
«Credo di sì. In Ticino non esiste una "scuola" come in Italia e forse nemmeno una strategia come quella della Lega Nord. Oggi poi abbiamo qualche difficoltà in più. Bignasca aveva un fiuto politico potente, poteva permettersi anche di improvvisare e seguire il suo istinto. Ma sono doti uniche e senza una figura così dovremo lavorare di più sul confronto».

In Italia oggi si discute di antipolitica e di sobrietà, questi due temi interessano anche la politica ticinese?
«Qui esiste una sobrietà di fondo. La popolazione sceglie, tra ogni esponente dei partiti, chi la rappresenterà. La vicinanza tra politici di orientamento diverso obbliga a sviluppare una costante capacità di compromesso. È quello che tecnicamente viene definito "principio della concordanza". La politica è vissuta come una responsabilità importante, e ci obbliga a rendere conto dei risultati di fronte agli elettori, lavorando molto anche sulla trasparenza. Per quanto riguarda l’antipolitica posso dire che anche in Ticino si è sentita anche se in misura minore. È stata in parte intercettata dalla Lega dei Ticinesi che però è entrata quasi subito al potere».

Oltre alla politica, quali sono le sue passioni?
«Putroppo non ho molto tempo libero ma quando posso mi dedico alla lettura. Mi piacciono anche il cinema e lo sport. Ultimamente mi sono anche dedicato ai social network, a Facebook in particolare. Lo trovo estremamente interessante anche se molto impegnativo». 

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di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 06 maggio 2013
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