Colombo: “Fare impresa oggi è un atto eroico”

A poche ore dal congresso che eleggerà il nuovo presidente, il direttore di Confartigianato Imprese Varese traccia un quadro della situazione: «Se le possibilità non ci sono, bisogna crearle»

Quando ci si riferisce agli artigiani e ai piccoli imprenditori spesso si usa l’espressione, quasi mai in senso positivo, «la pancia del paese», dimenticando quanto sostenuto dagli esperti di biologia, e cioè che proprio nelle viscere risiede il nostro secondo cervello, capace di digerire oltre al cibo, informazioni ed emozioni, suoni e colori. Avere due cervelli per orientarsi nella «tempesta perfetta» – altra espressione abusata dai narratori della crisi economica – puo’ essere un vantaggio per chi deve navigare nel nuovo ordine del mondo. Confartigianato imprese Varese domenica 19 maggio (segui la diretta)  si troverà in mare aperto: il congresso infatti eleggerà il nuovo presidente dell’associazione e i vertici discuteranno con i 400 delegati della rotta da seguire nel bel mezzo della tempesta. Mauro Colombo, direttore di Confartigianato, si ritiene «fortunato» perché la sua nomina è avvenuta all’inizio della crisi. Lui la «normalità» in economia non la sperimenta da almeno cinque anni e quindi l’ha quasi dimenticata.

Colombo, a pochi giorni dal congresso avrà riletto la relazione del 2009. Che cosa è cambiato nell’associazione in questi ultimi cinque anni?

«Il tono di allora era ancora di rivendicazione sindacale, molto più acceso rispetto ad oggi. Mi sono chiesto il perché e penso di averlo capito. Il contesto economico era ancora dinamico, c’erano già i segnali della crisi, ma il mercato lasciava intravedere ancora qualche possibilità. C’era la convinzione che si poteva ottenere quello che pensavamo meritasse l’artigianato, come se ci fosse ancora qualcosa da distribuire in temini di ricchezza. Oggi questo insieme di possibilità non le ha più nessuno perché la crisi tocca tutti. Allora bisogna fare l’esatto contrario: non potendo riattivare quello che è stato perso ricorrendo agli investimenti pubblici, bisogna creare la risorsa».

In cosa consiste per Confartigianato il cambiamento?

«Tentare di immaginare uno scenario, perché il compito dell’ssociazione non è tutelare il particolare ma costruire un contesto di mercato generale in cui è più facile fare impresa, in cui uno ha voglia di fare impresa. Io faccio fatica a immaginarmi in quel ruolo, pur essendo figlio di un piccolo imprenditore, perché fare impresa oggi è un atto eroico in quanto non ci sono le condizioni di mercato e le possibilità di una volta, quindi bisogna inventarsene di nuove, senza pensare di alimentare il debito pubblico solo perché non abbiamo una visione di ciò che sarà. Il nostro messaggio è dunque molto orientato al futuro e non perché il presente non ci interessa ma su alcuni temi strategici occorre darsi degli strumenti nuovi».

Quali sono questi temi?

«I tre pilastri fondamentali su cui dobbiamo lavorare dopo la discussione sono: il capitale umano e la sua formazione, la finanza e la collaborazione tra le imprese. Per affrontare il cambiamento ci vogliono le persone giuste in azienda che spesso coincidono con i figli degli imprenditori, magari laureati, che non avendo altre opportunità rimagono in azienda portando nuove competenze».

Puo’ essere una soluzione al dilemma della successione imprenditoriale che a volte fallisce proprio a causa dei problemi di coabitazione tra genitori e figli
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«È un aspetto importante perché va a incidere sia sul modello organizzativo sia sulla forma societaria della piccola impresa. Costringe a suddividere i ruoli accelerando il processo di delega, anche se nel mondo dell’artigianato non è sempre facile accettare la specializzazione, dalla gestione all’attività commerciale, passando per la finanza. I figli possono essere una leva importante nella continuazione dell’azienda, in questo modo la si puo’ far crescere senza cedere il controllo. Il secondo aspetto delicato riguarda la finanza perché l’impresa italiana, e non solo quella piccola, è legata da sempre alle banche, quindi dipende dal credito. Noi invece pensiamo che prima di concedere il credito è meglio fare un’analisi e una consulenza per capire quali siano i fabbisogni relativi alle risorse economiche e finanziarie, dopodiché si può impostare correttamente il rapporto con la banca. C’è poi il tema dell’accesso a capitali di rischio di terzi in forme di equity che sono tutte da inventare, cioè di partecipazione di altri soggetti al progetto imprenditoriale».

A proposito del secondo pilastro, Unicredit in questi giorni ha presentato a Varese il nono rapporto sulle piccole imprese. In quell’occasione è stato affermato che in Germania le imprese non utilizzano il credito a sostegno dell’attivo circolante, cosa che invece accade in Italia.

«È vero ed è per quel motivo che in questa fase di passaggio occorre immaginare scenari diversi, tra cui quello della forma partecipata, senza pensare al private equity. Bisogna guardare fuori dall’azienda e vedere cosa fanno gli altri e magari considerare di aprire la società a soggetti terzi disponibili al rischio d’impresa. L’azienda deve essere però disponibile a rivedere il proprio assetto famigliare. In Veneto e in Toscana ci sono esperimenti di trust: si è creato un fondo anche con risorse pubbliche, ad esempio della Camera di Commercio, utilizzato per finanziare un progetto imprenditoriale. Siamo però ancora all’anno zero, è una strada che va battuta perché è una forma che rende più forte il ruolo dei confidi e coinvolge in modo diverso le organizzazioni di rappresentanza che possono pensare a forme di partecipazione. In Confartigianato abbiamo “L’officina delle idee” che mette in relazione imprenditori che hanno una o più idee di business non escludendo nella compagine societaria, nell’arco di due e tre anni, una partecipazione dell’associazione per il tempo necessario allo startup. Va ripristinato dunque un equilibrio anche nella piccola impresa che deve avere un’autonomia finanziaria. Se venisse allentata la morsa della tassazione si libererebbero delle risorse per gli investimenti, ma dubito che questo avvenga in Italia».

In questo momento di passaggio che reazione prevedete da parte dei vostri associati?

«Le imprese vogliono che l’associazione abbia un ruolo guida. La maggior parte degli imprenditori ci ha spinto in questa direzione anche se molti dimostrano un malessere perché è una fase piena di incongruenze. È normale, anzi direi meno male che ci sono voci critiche. Quando fai uno strappo in avanti e nessuno reagisce, è sempre molto preoccupante».

Domenica verrà eletto il nuovo presidente di Confartigianato imprese Varese, che consiglio gli darà?
«Chiunque sia, chiederò di conservare una caratteristica che tra i tanti pregi Giorgio Merletti ha avuto: mantenere ben salde le radici sul territorio. In particolare ascoltare i propri colleghi non pensando di avere la bacchetta magica per risolvere i problemi di tutte le imprese, ma raccogliere da parte di ognuno suggerimenti e preoccupazioni, insomma diventare il rappresentante vero dei malesseri, dei bisogni e soprattutto delle speranze che una volta selezionate e razionalizzate dovrà incanalare all’interno della struttura. Il presidente deve assicurare che la visione generale dell’associazione sia coerente con il bisogno presente sul territorio ed essere sempre almeno un metro avanti rispetto alla sua organizzazione».

Segui la diretta con il liveblog (#futuroartigianova)

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 18 maggio 2013
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