Firenze/Bologna a piedi: la “strade degli dei” vista da Roberto

In tre ci hanno inviato il diario di viaggio dell'avventura del Cai Varese, a piedi da Bologna a Firenze. Ecco il racconto di Roberto

Sono le 9, 15 del mattino di sabato 27 aprile quando arrivo alla stazione di Varese: dobbiamo prendere il regionale delle 9,36 per Milano, ma i partecipanti sono già tutti li, con il biglietto già pronto, frementi nell’attesa di partire. Nella mia lunga esperienza di pendolare sono ormai abituato a presentarmi al treno 2 minuti prima della partenza, e sono sorpreso da questa puntualità, che si ripresenterà tutte le mattine…per non parlare dell’ultimo giorno alla stazione di Firenze…

Facciamo una foto per Varesenews direttamente sul binario e ci imbarchiamo sul treno; strada facendo raccogliamo a Gallarate Monica e Arianna, mentre a Milano recuperiamo Sara, arrivata con la linea delle Nord. Una rapida visita ai nuovi grattacieli delle ex-varesine, di fronte alla stazione di Porta Garibaldi, ed eccoci pronti a salire sul treno ad alta velocità che in un’ora ci porta a Bologna, dove raccogliamo anche Silvia.

Il gruppo è ora completo, formato da:

9 uomini: i due ex presidenti della sezione di Varese del Cai, Gigi e Vittorio, Franco, Edoardo, Remo, Sandro, Enrico ed i due Roberto;
16 donne: Alessandra, Anna, Annalisa, Arianna, Carmen, Elena, Isabelle (la straniera del gruppo, gentilmente prestata dalla Francia), Lucia, Marcella, Mariella, Monica, Paola, Ornella, Sara, Silvia, Susanna.
Silvia, che è emiliana di Ferrara e quindi per forza deve conoscere Bologna, si assume l’incarico di guida nella prima tappa, e ci conduce dapprima a Piazza Maggiore, dove abbiamo appuntamento con Noemi, l’inviata del Corriere di Bologna, venuta apposta (con le amiche…) per scattarci una foto.

Facciamo un giro in centro, con dispersione verso vari richiami gastronomici, guardiamo le torri (e qualcuno ci sale pure), poi, in una giornata di nuvole e pioggia, ci incamminiamo sotto i portici che salgono al santuario di San Luca.

Da San Luca cerchiamo di vedere le pale eoliche del monte Galletto, che saranno una delle mete di domani, poi torniamo in stazione e prendiamo il treno per Sasso Marconi. La “Locanda delle tre virtù” dove pernottiamo si rivela la prima piacevole sorpresa del viaggio per i nostri palati, anche per le abbondanti razioni di lasagne che ci vengono servite.
Ma non per niente l’itinerario che stiamo per percorrere è stato creato da un gruppo escursionistico di buongustai bolognesi chiamato “Dû pâs e ‘na gran magnè”.

Sono le 7,30 di domenica 28 quando si parte sul serio, dapprima costeggiando il fiume Reno e poi attraversandolo sul ponte stradale per innalzarsi in umidi boschi nel parco del Contrafforte Pliocenico. La valle del Savena corre alla nostra destra, attraversata purtroppo dall’autostrada A1, il cui rimbombo si fa sentire fino a quassù.
Curiose formazioni di arenaria ospitano rarità botaniche e ci consentono scorci panoramici inimmaginabili dalla vicina autostrada.
Monte Adone è senz’altro il più bello della serie di cime che superiamo percorrendo stretti sentieri, a tratti esposti, strade sterrate ed a volte anche asfaltate.
Ci fermiamo a pranzo a Brento dove facciamo una serie di incontri: una coppia di ragazzi che fanno il nostro stesso percorso con tenda ed apparentemente poca preparazione, l’amico Andrea del Cai Bologna che ci suggerisce una scorciatoia, una Guardia Ecologica del parco, con cui discutiamo di flora locale.
Si riparte in salita sotto il sole: la fatica si comincia a sentire ed arriviamo decisamente provati dal lungo tratto su asfalto al rudere del vecchio ospizio per i viandanti in località Ospitale. Una banda sta per iniziare un concerto in centro a Monzuno e tre di noi con gambe troppo affaticate approfittano del paese per cercare un passaggio in auto per gli ultimi 12 chilometri.
Gli altri riprendono a salire i crinali, diretti verso le pale eoliche del monte Galletto; per la strada incrociamo un ottantenne locale che ci chiede da dove veniamo e ci assicura che qui l’aria è buona e si vive bene e a lungo.
Sono le 19 passate quando finalmente vediamo dall’alto il paese di Madonna dei Fornelli, dove un brindisi con un fresco prosecco ci fa rapidamente dimenticare la fatica e dove il signor Stefano Musolesi ci accoglie nel suo albergo con la sua cadenza emiliana e con le sue gradite lasagne.

Le nuvole coprono il cielo il mattino del giorno 30: ci attende una tappa ben più breve della precedente, caratterizzata però fin dall’inizio da due elementi che ci accompagneranno anche l’indomani: il fango ed i tratti di selciato romano dell’antica strada Flaminia Militare. Saliscendi tra cespugli fioriti di pruni spinosi, radure e verdi faggete costituiscono gli ingredienti principali di questa tappa. Boschi di abete si alternano alle faggete salendo verso il Passo della Futa, dove ci fermiamo a visitare il cimitero germanico, che accoglie i resti di oltre 30.000 soldati tedeschi caduti durante la seconda guerra mondiale. Qui passava la Linea Gotica, di cui vicino a Monterumici abbiamo visto qualche traccia.
Sotto il passo della Futa troviamo il camping “Il sergente”, gestito da una signora che ci accoglie con vero calore e dal figlio che ci accoglie con le sue ottime pietanze. Meno male che di giorno camminiamo, qui si mangia veramente bene…e si rischia di ingrassare velocemente…peccato che le tagliatelle ai funghi vengano messe in tavole per prime, spariscono in un istante e qualcuno rimane pure senza!

Si riparte il mattino del 31 con un cielo grigio, che dopo una mezzora comincia a scaricarsi con una pioggerellina, ed eccoci ad indossare mantelle, estrarre coprizaini, aprire ombrelli…
Per fortuna il sentiero è largo ed il bosco abbastanza fitto da diminuire l’intensità della pioggia: quando arriviamo al Passo dell’Osteria Bruciata, dove la leggenda narra di un oste che assaliva i viandanti e ne cucinava e serviva le carni, ha ormai smesso di piovere.
Il fango ci fa però faticare: i sentieri sono in parte rovinati dal passaggio di trattori e carri pesanti impiegati per il trasporto della legna, ed in parte dal passaggio illegale di moto e quad.
Siamo ormai nel Mugello ed usciti dai boschi possiamo apprezzare il cambiamento del paesaggio, più dolce di quello percorso nei giorni scorsi. In lontananza vediamo l’invaso del Bilancino e sentiamo il rombo delle moto che girano nel vicino circuito. A Sant’Agata ci fermiamo a rimirare la pieve medioevale ed a gustare qualche bevanda; Isabelle sorprende tutti offrendoci delle ottime fragole zuccherate, acquistate nell’unico negozietto aperto del paese.
In un tipico paesaggio toscano, solcato dai primi cipressi, arriviamo a San Piero a Sieve, dove, prima di visitare l’antica pieve, ci fermiamo a ristorarci in gelateria.
La sera i medici del gruppo, soprattutto la più giovane e ricercata Monica, assistono i tanti che lamentano problemi ai piedi o agli arti in generale: si contano infiammazioni al ginocchio, compressioni alle dita dei piedi, vesciche laterali o sotto la pianta dei piedi…per non parlare dell’influenza che ha costretto una sfortunata partecipante a saltare la tappa.
Al Camping Mugello Verde la cena è molto più frugale di quelle dei giorni scorsi; la conversazione sembra degna di un campo militare, con elaborazione di un piano B od anche di un piano C qualora nell’ultima fondamentale tappa non riusciamo a rispettare i tempi: domani c’è un treno da prendere e bisogna tenere un passo che consenta di arrivare a Firenze in orario.

Si dorme poco, alle 6 del 1 maggio siamo già in partenza; oggi non c’è una nuvola in cielo e si prospetta una giornata calda.
La prima salita del mattino ci conduce al castello del Trebbio, cinto da un muraglione che lo rende visibile solo da lontano. Tra prati fioriti si discende verso valle e poi si prende a salire su sterrate e sentieri nel bosco, dapprima verso l’abbazia del Buonsollazzo, mirabile monumento purtroppo in abbandono, e quindi verso il monte Senario, che con i suoi 815 metri è il punto più alto della giornata. Siamo addirittura in anticipo di 2 ore sulla tabella oraria, siamo saliti decisamente veloci! Visitiamo il santuario, dove fu fondato l’ordine dei Serviti, e l’annesso bar con rivendita di prodotti dell’abbazia di Camaldoli, poi inizia una lunga discesa, in buona parte su asfalto, e davanti a noi la vista si apre sulla conca urbanizzata di Firenze, in cui spicca comunque, anche nel cielo offuscato dall’umidità, la stupenda cupola del Brunelleschi.
Una serie di prati fioriti, con magnifiche orchidee in grande quantità, ci conduce alle pendici del Poggio Pratone, ultima salita della giornata, panoramica altura alle spalle di Firenze. Il cielo si è un poco velato, e la visibilità non è un granché; è il 1 maggio ma non ci sono gitanti a fare picnic, solo 3 scout qui in cima.
Gli ultimi 7 km di discesa su Fiesole li facciamo a passo svelto; qualcuno si è già tolto gli scarponi ed ha indossato calzature più comode. A Fiesole ci si disseta abbondantemente, e poi, con l’autobus di linea, raggiungiamo Firenze, affollata come sempre in un giorno festivo.
Un salto in piazza Duomo e poi eccoci in stazione, pronti a ripercorrere in treno, in 35 minuti di gallerie, l’equivalente del centinaio di chilometri che abbiamo percorso a piedi, e che sono stati per tutti una somma di nuove e continue esperienze.

Per concludere, sono stati 5 giorni intensi, di cui 4 di cammino effettivo: il tempo di è stato senz’altro propizio e ci siamo veramente divertiti, anche nella comune fatica.
Consiglieremmo a chiunque di fare un’esperienza del genere; certo serve allenamento sia fisico che mentale.

Chi volesse ulteriori ragguagli od informazioni può rivolgersi alla sede di Varese del CAI, dove si organizzano tante diverse escursioni, e dove presto (faremo sapere quando a Varesenews) proietteremo anche un audiovisivo con le foto di tutti i partecipanti.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 05 maggio 2013
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