L’ultimo saluto a “Capitan Missoni”

E' stato "un bel funerale", come sembra impossibile da dire, la cerimonia che ha salutato Ottavio Missoni. A dirlo amici come Olmi e Mura, e i nipoti che parlavano di "Capitan Missòn in partenza per il Madagascar"

«Non dovete piangere lacrime tristi, perchè lui non era triste»: le parole della figlioletta di Luca, uno dei tre figli di Ottavio Missoni, riportata nei ricordi che si sono susseguiti in coda ai suoi funerali, sintetizza con chiarezza e tenerezza quello che è stato l’ultimo saluto al grande artista e stilista, avvenuto lunedì 13 maggio 2013 nella basilica di Gallarate.

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Gran folla ai funerali di Missoni 4 di 33

Un saluto vero, famigliare: anche se tra i partecipanti c’erano Ermanno Olmi e Gianni Mura, Giorgio Forattini e Maurizio Nichetti. Un saluto preservato con le unghie e con i denti dalla famiglia: fuori dalla chiesa le decine di body guard non difendevano infatti un evento esclusivo, ma un funerale che voleva rimanere normale e invece rischiava – per la curiosità di chi voleva vedere “le celebrità” o per l’invadenza di fotografi operatori e cronisti che volevano “dare priorità al loro lavoro” – di diventare uno spettacolo. 

Un saluto dove non doveva, per volontà della famiglia, prevalere il dolore e la tristezza: ma il ricordo di “un bell’uomo, affascinante, spiritoso e ironico, che parlava fino a poco tempo fa della morte come se fosse una faccenda di altri” come è stato ricordato. Un uomo che ha vissuto di colori, e che con i colori è stato salutato: a fianco di tutti quelli che, con il rispetto dovuto alla funzione, erano vestiti di nero e di grigio, i primi a spezzare questa formalità sono stati i parenti più stretti: la moglie Rosita vestiva una delle loro giacche su base rossa, la nipote Margherita, che sta per dare un erede alla grande e bella famiglia, aveva una maglietta di un azzurro straordinariamente acceso. Ed è stata proprio Margherita a raccontare il “discorso all’equipaggio di “Capitan Missòn in partenza per il Madagascar” l’ultima avventura che stava escogitando il suo vulcanico nonno. «Per dire il tipo – spiega poi lo psicoterapeuta Fulvio Scaparro, amico di lunga data e compagno di bisbocce di “Tai”, dall’altare – Con lui, qualche mese fa, si stava organizzando un viaggio con un brigantino alla ricerca delle radici di questo ipotetico avo Capitan Missoni, insieme a tutti gli amici della sua cerchia. Considerata l’età e lo stato di salute di molti dei partecipanti, avevamo deciso di chiamare una delle imbarcazioni “Ospedale”, che nelle storie di Corsari è pure un po’ un assurdo».

Lo spirito giocoso di Ottavio ha così permeato tutto il suo funerale: che c’è chi riesce a definire, e senza avere torto, persino «Un bel funerale, quasi un giorno di festa- ha commentato l’amicoe giornalista Gianni Mura dall’altare –  perchè uscendo da lì "ci si porta via qualcosa" come ha detto prima il nostro amico Olmi». D’altra parte Tai – come quasi tutti lo chiamano durante la funzione – era quello che diceva all’amico prete, che ne ha concelebrato il funerale: «Se Dio è come lo descrivete voi preti o siamo venuti male noi, o lui non è stato poi tanto bravo a disegnarci». E che ora che l’ha raggiunto «Ci immaginiamo lassù a dare consigli al Padreterno» oppure «Se davvero parlerà con Dio, penso che la prima cosa che dirà sarà “Non fare confusion coi miei pennarelli”».

Era, nelle parole di chi si è susseguito, un amico delizioso e un meraviglioso nonno, ed è stato, infine, anche un grande papà: «Quand’ero una bambina, ero orgogliosissima di andare in giro con mio padre – spiega la figlia Angela – Ma durante l’adolescenza ero davvero arrabbiata con lui: lo vedevo distante, poco presente. E con gli anni, ho scoperto che anche i miei fratelli condividevano questa sensazione. Ma con il tempo mi sono resa conto che quando lo interpellavi, lui c’era sempre. Il che significa che ci ha sempre abituato in questo modo all’autonomia, senza abbandonarci mai. Era uno spirito libero, che ci ha insegnato la libertà e la tolleranza».

E’ stato così salutato l’uomo di famiglia, ma anche l’atleta: non mancava il gonfalone degli olimpionici d’Italia, categoria a cui anche lui apparteneva, e il ricordo del nipote Attilio che ricorda la "gran falcata" che aveva quando affrettava il passo. Ed è stato salutato soprattutto l’esule: Missoni faceva parte di quelle centinaia di migliaia di persone che dopo la seconda guerra mondiale ha perso la sua terra nelle spartizioni internazionali, e non se n’è mai dimenticato. I nipoti hanno letto la "preghiera dell’esule", mentre dall’altare risuonava una frase: «Era il cugino più bello e intelligente di tutti, e parlava anche poco tempo fa come se la morte non lo riguardasse: ma, nel dubbio, mi ha lasciato un compito che fatico a onorare: “Al mio funerale, non dimenticarti di Ricordare la nostra Zara italiana, e a lottare per il ricordo della Dalmazia”. Farò quel che posso». Come hanno fatto anche tutti quelli che hanno portato il gonfalone della Dalmazia o degli esuli dell’Istria di Milano, come tutti quelli che hanno applaudito il suo spirito libero nel “Va pensiero” che si è sentito risuonare nella basilica all’uscita delle sue spoglie.

Ma nessuno deve pensare che quello che c’era nella bara, portata dal figlio Luca e dai nipoti maschi, sia una vita destinata a perdersi nella polvere: «Ottavio amava fortissimamente i viventi, ma non considerava assolutamente perduti quelli che non c’erano più – continua Scaparro – Ci riunivamo proprio per raccontare le storie di chi c’era e di chi non c’era più, che era un modo per tenerci tutti insieme. Noi siamo una comunità di vivi e di morti. E perchè questa comunità continui, dobbiamo continuare a narrare».  

In migliaia ai funerali di Ottavio Missoni


E’ morto Ottavio Missoni

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 13 maggio 2013
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