La fuga di Paolo il sardo: “Gatto e Castoro nascosti tra le pecore”

Le indagini sulla sparatori al bar Zodiaco sono approdate in un cascinale dove i pastori proteggevano i fuggiaschi con linguaggi cifrati. Il racconto degli investigatori

«Il movente del tentato omicidio non è chiarissimo». La sparatoria di Leggiuno si è conclusa con l’arresto di tre attentatori, ma il motivo di tanta violenza è ancora oggetto di indagine. Lo ha detto oggi il pm titolare delle indagini Luca Petrucci, in una conferenza stampa organizzata dai carabinieri per dare conto dell’inchiesta. L’aspetto forse più interessante, posto che il movente non è per la procura definito, è come si sia arrivati alla cattura di Paolo Frau, 35 anni, detto «Paolo il sardo», e Costantino Salcone, 39 anni, fuggiti in auto verso la provincia di Arezzo, dopo che il sardo aveva sparato al barista dello Zodiaco di Leggiuno, Marco Vendramini, l’11 di maggio. Salcone si era rifugiato da una vecchia fiamma a Bibbiena, mentre Frau aveva approfittato dell’ospitalità di una comunità di pastori, nascosto in un cascinale di Marciano, una fattoria con 140 ovini immersa sulle colline aretine.

BANDITISMO
Nelle intercettazioni, i carabinieri hanno potuto ascoltare i sardi che chiamano i fuggitivi con i soprannomi di «Gatto» o «Castoro», e usavano linguaggi in codice per non dare indicazioni alle forze dell’ordine (Foto, gli inquirenti. Il maresciallo Castellano, il pm Petrucci, il procuratore Grigo, il comandante provinciale colonnello De Angelis, il capitano D’Aveni).  
Secondo il colonnello Alessandro De Angelis non è un caso che la fuga di Frau – un disoccupato abitante a Mesenzana, ma con una casa di appoggio anche a Cadrezzate, con un pregiudizio di polizia – sia finita proprio in una zona di pastori sardi: «In alcuni luoghi della Toscana c’è un contesto agrosilvopastorale che riproduce un clone della società sarda – ha affermato il comandante provinciale dei carabinieri – in questi luoghi, i sardi che hanno commesso dei reati, possono trovare un ambiente che favorisce la semiclandestinità. Possono ricevere aiuti e appoggi. Inoltre, la sera si riunivano nell’ovile, in zone isolate. Persino le pecore sono funzionali al nascondersi, perché l’ovino o il cane, segnalano al pastore la presenza di estranei. Nell’indagine abbiamo utilizzato gli stessi strumenti che si utilizzano per le indagini in Sardegna, ovvero pedinamento e acquattamento».
(foto, gli arrestati: Caruso, Frau, Salcone). Il capitano Giuseppe D’Aveni, della compagnia di Luino, ha sottolineato come i suoi militari siano giunti in Toscana il 20 maggio per il blitz che ha portato alla cattura dei due latitanti. Il primo arresto era stato molto tempestivo. L’attentato avvenne alle 2 di notte dell’11 maggio, alle 12 e 30 del giorno seguente erano già arrivati a Salvatore Caruso, grazie alla Punto grigia che aveva i numeri 966 nella targa, di proprietà del padre, residente in Cadrezzate. Per seguire le tracce dei due fuggiaschi, i carabinieri hanno osservato per giorni i movimenti del gruppo di pastori che avrebbe coperto Frau, aiutati dal reparto operativo di Arezzo e dalla compagnia di Bibbiena. Finché l’uomo qualche sera fa è andato in un bar nella zona La Chiassa di Arezzo e si è sostanzialmente consegnato. Salcone è stato invece preso mentre stava lasciando la casa della donna che lo ospitava per recarsi dai genitori a Subbiano dove tra l’altro è ufficialmente residente. Il procuratore capo Maurizio Grigo è soddisfatto delle indagini e ha ringraziato i carabinieri. Rimane la possibilità che il tentato delitto sia stato commesso per lo sgarro delle macchinette videopoker al sardo Frau, ma allora perché anche Salcone è scappato in Toscana?

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di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 23 maggio 2013
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