La lezione di vita e di sport di Emiliano Mondonico

L'ex mister di Torino e Fiorentina ospite del Csi per i ragazzi degli oratori di San Giulio, San Carlo e San Pietro. Tanti e non scontati i temi toccati

Emiliano Mondonico ospite del Csi a Cassano Magnago: l’allenatore di calcio, ex mister di Torino, Napoli e Fiorentina si è rivelato un uomo genuino e mai banale, ha toccato molti aspetti tenendo ai margini il suo curriculum sportivo, preferendogli invece il racconto di brani della sua vita.
Il suo intervento è iniziato in maniera spiazzante quando ha subito rovesciato il tema della serata «giocare per credere? No, bisogna giocare per vincere, che vuol dire non smettere mai di provarci. Una sconfitta fa male, anzi malissimo, è per questo che non ci si deve abituare ma bisogna ripartire più volenterosi di prima. Non sono mai stato dalla parte del “l’importante è partecipare” di De Coubertin. Lui era un organizzatore gli sportivi devono mirare a dare tutto per migliorarsi non per partecipare». Non ha avuto paura di porsi come esempio negativo, nel suo passato: «L’immaturità è stata la mia compagna di strada, da quando copiavo i compiti a scuola a quando credevo che tutto mi fosse dovuto perché ero un giocatore di serie A, è servito un grave infortunio al ginocchio per farmi realizzare quanto avessi perso contatto con i soli rapporti veri che avevo, genitori e amici veri ».

Il “Mondo” ha toccato anche il tema del rapporto che i genitori dovrebbero avere coi propri figli. «A tutti quelli che mettono pressione sui propri ragazzi perché sfondino nel calcio ricordo che in serie A ne arriva solo uno ogni 40 mila noi dobbiamo preoccuparci dei restanti 399mila e passa. Ora che sono senza squadra alleno una ventina di ragazzi dei “primi calci” e ho voluto che alla domenica alla partita con me ci fossero tutti i genitori in campo. Dovete giocare con i vostri figli finché vi è possibile perché sarà il ricordo più bello che avranno una volta cresciuti».

Mondonico ha poi voluto raccontare l’esperienza più dura che ha affrontato, ovvero due operazioni a distanza di cinque mesi per combattere un tumore all’addome. «La prima volta è stato grazie al calcio che ho reagito, in quel periodo ero allenatore dell’Albinoleffe e il dover terminare il campionato con la mia squadra mi ha dato la forza per andare avanti a combattere. Più difficile è stata l’operazione successiva, sia perché inaspettata, sia perché mi ritrovai in un letto d’ospedale convinto che fosse veramente finita. Non avevo più stimoli, ero pronto ad andarmene. È stata la visita di mio nipote a farmi capire che avevo ancora qualcosa da dare partendo da quel bambino. È questo il messaggio che lancio anche quando tutto sembra buio c’è sempre un raggio di sole cui aggrapparsi per ripartire».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 17 maggio 2013
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