Mille euro di multa per una porta lasciata aperta

Una regola impedisce di lasciare aperti passaggi fra abitazioni ed esercizi pubblici, ma la questura è inflessibile . Risultato: il sindaco sottoscrive il ricorso dell’esercente al prefetto

sate brentaNo, proprio non lo sapevo. Non sapevo che la porta fra il retro della mia pizzeria e la casa dove abito dovesse restare chiusa. Così mi hanno dato una multa di oltre 1.000 euro. Una mazzata, coi tempi che corrono”.
Fin qui, verrebbe da pensare, "tutto normale": controlli della questura negli esercizi pubblici per verificare se bar e trattorie rispettano la legge, e relative proteste dei commercianti, che in un periodo non proprio roseo sono costretti a pescare dal mazzo la carta “imprevisti”, ed accorgersi di dover sborsare a fine mese conti salati allo Stato.
Dura lex, sed lex, direbbe qualche professore.
La notizia, però, si arricchisce di un elemento insolito, perché a firmare il ricorso al prefetto per eliminare la sanzione è non solo l’esercente, ma anche il sindaco del paese, il quale mette l’accento sul particolare momento economico che imporrebbe un "chiudiamo un occhio" per le mancanze veniali.
La storia si svolge a Brenta, paese dell’alto Varesotto: una scuola, qualche negozio, la statale e la vecchia strada di fondovalle, la via Valcuvia. Proprio qui, prima di entrare nel centro storico c’è la "pizzeria Satè": un locale colorato e tranquillo dal gusto un po’ retrò.
Di fianco al bancone una basculante che funge da passaggio nel retro dove una porta col cartellino "privato", in fondo ad un breve corridoio, dà il "la"a questa storia. 
«Era il mese di marzo, il 9. Verso sera, dopo le 21, entrarono alcune persone. Sembravano clienti, invece erano agenti di polizia in borghese: "normale controllo", ci dissero – racconta la titolare Giovanna Marzio – . Partono le verifiche sugli orari esposti, i prezzi, gli elenchi e le tabelle. Ma poi notarono la porta nel retro, esattamente quella che mette in comunicazione la pizzeria con la mia abitazione». sate brenta
Quel passaggio che tuttavia, secondo la legge, deve rimanere chiuso a chiave. Giovanna non lo sa; resta un po’ sbalordita, ma gli agenti sono inflessibili e mettono tutto nero su bianco: “presenza di una porta che dalla cucina del locale conduce ad abitazione privata e che al momento del controllo era aperta”.
Il risultato arriva due mesi dopo: a metà aprile ecco il verbale, e il conto: 1.032 euro, il doppio della sanzione minima. Le norme su cui si basa il verbale sono chiare: si tratta del D.M. 17 dicembre 1992, n. 564 “Regolamento concernente i criteri di sorvegliabilità dei locali adibiti a pubblici esercizi per la somministrazione di alimenti e bevande”. Oltre alle altre disposizioni, l’ultimo comma dell’articolo 5 recita chiaramente: “Le comunicazioni interne fra i locali adibiti a pubblico esercizio e i locali aventi diversa destinazione (…) debbono essere chiuse a chiave durante l’orario di apertura del pubblico esercizio e deve essere impedito l’accesso a chiunque”.
Che fare? Nei piccoli paesi la voce corre veloce di bocca in bocca e arriva alle orecchie del sindaco, che decide di spezzare una lancia a favore dell’esercente ponendo la sua firma sotto alla memoria difensiva che secondo la legge può essere inviata al prefetto per opporsi alla sanzione. Il sindaco di Brenta, Gianpietro Ballardin, non appena appresa la notizia ha difatti contattato l’esercente e avallato la lettera.
Rivolgendosi al prefetto il sindaco Ballardin chiede
 “di considerare la tipologia e il luogo in cui l’esercizio sviluppa la sua attività avendo altresì apprezzato il gesto, in questi giorni evidenziato dalla stampa, in riferimento alla lettera del direttore di Equitalia in cui si invitava i propri funzionari a rendersi conto della drammatica situazione in cui vivono i cittadini italiani chiedendo nelle riscossioni di valutare caso per caso, di usare il cuore e non solo la penna” – si legge nel testo della missiva.
«Sì ho sottoscritto la lettera della mia concittadina perché credo che in un momento come questo serva avere tatto e comprensione per quelle situazioni in cui anche una multa – ha concluso Ballardin – può mettere a rischio l’equilibrio economico di una famiglia. Leggiamo ogni giorno di persone che non ce la fanno, che faticano a far quadrare i conti e nonostante questo si impegnano duramente nel loro lavoro. Mi auguro che questa richiesta verrà esaudita».
Così, dopo il racconto, dietro al bancone del Satè bar, la figlia di Giovanna chiede alla madre di andarle a prendere qualcosa, a casa. Le due si guardano, serie. E la madre dice alla figlia: «Sì, vado. Ma dammi le chiavi, per favore».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 24 maggio 2013
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