Ottavio Missoni: l’uomo, l’atleta, lo stilista

Intervista multimediale, nel suo studio "casa e bottega" di Sumirago, con Ottavio Missoni, in occasione del 90° compleanno dello stilista. Video, articolo e galleria fotografica per celebrare l'uomo, l'atleta e l'imprenditore

Ottavio MissoniIn questa lunga intervista di Stefania Radman fatta in occasione del 90° compleanno di Ottavio Missoni c’è tutto il personaggio: l’uomo, l’atleta, lo stilista e l’imprenditore. Un excursus con video e foto per conoscere al meglio uno dei maestri del "made in Italy".

Galleria fotografica

Nello studio di Ottavio Missoni 4 di 25

Arrivarci, a novant’anni, così.
Ottavio “Tai” Missoni, 90 anni compiuti quest’anno  (più precisamente, è nato a Ragusa l’11 febbraio 1921), è un uomo di straordinaria salute, simpatica lucidità e persino prestanza. La lentezza con cui percorre corridoi e scale è compensata da una apparente instancabilità, specie quando torna indietro nei ricordi e ripercorre una vita apparentemente segnata dalle casualità, da quella strana brezza del destino che l’ha portato da una parte all’altra d’Europa, prima come campione sportivo, poi come stilista innovativo di fama internazionale.

“El me Ottavio sa far bene tuto, se lo vol” diceva sempre sua mamma: e sono state proprio le sue straordinarie capacità, affrontate tutte con la stessa leggerezza, a regalrgli una vita lunga e straordinariamente piena. Abbiamo provato a scoprirla insieme a lui, in una chiaccherata fatta nel suo studio a Sumirago: una stanza piena di sacchi pieni di prove dei suoi celeberrimi tessuti (vedi galleria fotografica), e di ricordi di una vita lunga novant’anni e trascorsa un po’ dappertutto nel mondo: dalla Dalmazia dove è nato, a Londra dove ha disputato le olimpiadi, a Sumirago, dove lavora e vive con la sua famiglia. Una conversazione partita dalla lettura della sua autobiografia, recentemente pubblicata da Rizzoli, dal titolo “Una vita sul filo di lana”. Ma, come si può immaginare, una vita difficile da riassumere.

MISSONI, UNO SPORTIVO INTERNAZIONALE

Lei è famoso nel mondo come stilista, ma ha avuto una carriera sportiva altrettanto importante
«A tutt’oggi sono la più giovane maglia azzurra dell’atletica leggera. E’ ancora riportato nel guinness dei primati: sto in quel libro come ci sta il giapponese che si è mangiato un pianoforte in tre ore… Comunque come atleta ero il terzo o quarto in Europa.  Nel 1939 a Vienna ho anche vinto il titolo mondiale studentesco- universitario. Poi sono andato a militare nel 1942 ritrovandomi in Africa. Ho fatto anche la famosa battaglia di El Alamein, dove mi hanno fatto prigioniero. Quando sono ritornato alla fine del ’46 in Italia, avevo addosso cinque anni in inattività sportiva e agonistica, e ho cercato di recuperare piano piano: niente caffè, niente latte, niente birra. E sono riuscito a guadagnarmi il titolo italiano del 1947 e nel 1948 e ad andare in finale alle olimpiadi di Londra, ripetendo più o meno i tempi di quando avevo smesso di gareggiare, prima della guerra. E’ una cosa abbastanza inusuale, sa?»

Aveva davvero un talento, nello sport…
«Si vede di si. Se tanto mi dà tanto, fossi stato alle olimpiadi del 1944 non dico che le avrei vinte ma almeno a medaglia ci sarei andato. Purtroppo lo dico così, tanto per parlare… Perchè poco dopo ho concluso la mia attività agonistica».

A dire il vero si può dire che l’ha solo sospesa, anche se per 50 anni. E’ tornato recentemente alle gare internazionali, anche se in tutt’altra disciplina…
«Ci sono dei campionati per veterani che chiamano “Master”, dedicati a chi era stato campione in gioventù. Io ho fatto la prima gara a 50 anni: ho scelto il salto in alto, e ho vinto il titolo italiano. Poi avevo dei problemi al ginocchio e così ho cambiato: mi sono messo a fare i lanci.  Recentemente ai campionati europei over 85, che però io preferisco definire “under 90” mi sono piazzato secondo nel getto del peso e primo del giavellotto. Per carità, sono contento del piazzamento, ma l’ho ottenuto soprattutto grazie degli avversari, che erano molto più scarsi di me…. ».

(qui sotto, le sue parole in video)

GLI ANNI MILANESI

Lei è arrivato a Milano molto giovane: inseguendo però la sua carriera sportiva: a parte la sua esperienza nello sport, dove era davvero promettente, si è ritrovato a conoscere persone che poi sarebbero diventate molto famose: come quelli della redazione del Bertoldo, per esempio.
«Quello era un gruppo che incontravo in via Pascoli, dove alloggiavo quando stavo a Milano. Lì c’era la redazione del Bertoldo, una rivista satirica che faceva concorrenza al Marc’Aurelio, che andava per la maggiore in quel periodo. Era una squadra straordinaria: c’erano Giovanni Guareschi (il creatore di Peppone e Don Camillo, ndr ) Marcello Marchesi (attore comico, regista e paroliere famosissimo: sua la canzone “Bellezze in bicicletta” e la traduzione italiana dei principali album del fumetto francese Asterix, per cui invento: “SonoPazziQuestiRomani”, ndr)Vittorio Metz (sceneggiatore e regista, scrisse e diresse, tra gli altri “Totò Sceicco” e “totò cerca moglie” proprio con Marchesi, ndr) e altri. E poi c’era anche una ragazzina con le trecce che portava i rotoli di disegni di suo padre, che disegnava sul Bertoldo: si chiamava Sandra Mondaini. Erano tutti straordinari: io li frequentavo perchè abitavo a Città Studi e loro frequentavano il bar Grillo, che aveva biliardo e i tavoli da gioco. A quell’epoca Giovanni Mosca (direttore della rivista e padre dei giornalisti a noi noti Maurizio e Paolo, ndr) fece anche un piccolo articolo, quando vinsi il titolo italiano…Comunque non è che posso dire che erano degli amici: erano dei conoscenti che frequentavano lo stesso bar. Certo che in effetti ho conosciuto tanta gente…»

E alcuni sono diventati amici storici, di lunga data. Ma gli amici del martedì, quelli che ha citati dal libro, ci sono ancora?

«Non più, perchè ce n’è vivo uno solo: il maestro Vantellini. Vive a Varese».

E dello sportivo Dario Fo, che mi dice? Lo ricorda?
«Come no, correva con me… Ma a dire il vero se lo ricorda più lui  di me: perché io allora ero famoso e conosciuto da tutti e lui invece non lo conosceva nessuno: non era ancora allora Dario Fo come lo conosciamo, era uno dei tanti che veniva a correre alla gallaratese. Mi ha portato un bel quadretto una volta, perchè sa dipingere…»

E invece, Lucia Bosé? Parla di lei come un angelo…
«Lo racconta lei, mica io! Io ho scoperto questa storia da un mio amico, che mi ha portato l’articolo dove parlava “dei suoi angeli”. Il primo era suo papà. E poi racconta di quando, nel 1947, era una commessa nella famosa pasticceria milanese Galli e vendeva i marron glaces. Diceva che mi aveva visto e salutato e che mi mancavano solo le ali. Ma lo diceva lei: io non avrei voluto…»

(qui sotto, le sue parole in video)

I PRIMI PASSI NEL TESSILE
Lei però non è passato da sportivo a “marito di una imprenditrice del tessile”…
«Non è vero. I primi passi nella maglia non li ho fatti con Rosita: se si vuole andare alle origini delle cose devo raccontare la storia di questo mio  amico, Giorgio Oberwergerer,  ct della nazionale di atletica. Noi ci frequentavamo a Milano ma avevamo la famiglia a Trieste: io abitavo ancora lì, formalmente. Un giorno lui mi racconta che sta per andare a Trieste a fare vedere una macchina per maglieria che aveva comprato per la zia e la mamma. "Come, ti ga comprà la macchina per maglieria?" gli dico io. "Si – mi spiega – perchè so rivà a Trieste coi cappotti senza i bottoni. e mia madre mi ha detto: “Giorgio ti me rivi sempre senza botoni" e io gò spiegà che a Milano se su e gio co’ sti tram, i botoni te li tirano” e alla fine gli ho detto che stavo pensando di prendere una machinetta…" Insomma, sentendolo parlare, la mamma ha capito che lui aveva i soldi per compare un’auto, e allora gli domanda: "ma perchè no me compri una machina per maglieria? così magari io e la zia gina, semo in due vedove, lavoremo”. E così alla fine si era convinto, aveva comprato una macchina per maglieria e stava andando a Trieste a portargliela. Ho deciso di accompagnarlo».

Una gita che le ha aperto nuove prospettive…
«Non che io avessi esperienza, anzi. Però in quell’occasione gli ho proposto lo stesso “Ma perchè non fasemo società?” Lui accettò, e così abbiamo creato l’azienda, dal nome Venjulia. Scherzavamo sul fatto che la nostra società avesse due presidenti, ma nessuno che lavorava: "Ghe se mio cusin: Livio Fabiani. Sè lu che lavora… “ disse Giorgio. Fabiani è poi diventato mio amico fraterno, abbiamo lavorato insieme fino al 1953: facendo cose molto belle, eh? La nostra era maglieria sportiva d’alto livello,  abbiamo realizzato modelli innovativi, abbiamo creato le tute in lana con le lampo, che erano diventate tanto di moda tra gli architetti, abbiamo vestito la nazionale di pallacanestro, di calcio, di atletica.. ».

E Rosita, invece?

«Rosita l’ho incontrata dopo, all’epoca delle olimpiadi di Londra. Lei aveva già una famiglia di industriali (Jelmini, della T & J Vestor, ndr) , ma avevo escluso che andassi a lavorare in famiglia con loro. Io invece avevo le maglie di Trieste, e così abbiamo deciso di fare qualcosa noi, cominciando a fare maglie, a Gallarate: in 100 metri quadri di seminterrato e tre o quattro dipendenti. Abbiamo cominciato così»

GLI INVENTORI DI “MILANO CITTA’ DELLA MODA”

E’ vero che avete inventato la moda spettacolo in Italia?
«Oddio, che esagerati… Con la prima nostra presentazione un po’ importante abbiamo fatto un “happening” come si chiamavano allora. L’abbiamo pensato insieme a Carletto Colombo, con cui avevo fatto teatro anche in prigionia, dove ci siamo conosciuti e siamo diventati amici. Lui gestiva un piccolo teatro che si chiamava “Teatro Gerolamo” dove abbiamo deciso di presentare una collezione, per la prima volta. Lì non c’erano camerini per cambiarsi, così abbiamo messo un tendone dietro il quale le ragazze si cambiavano: c’era persino Paco Rabanne a cambiar loro gli orecchini… Comunque, per un gioco di ombre cinesi si intuiva cosa succedeva dietro quel tendone: così sembrava malizioso e originale. Diciamo che ha avuto successo perchè era diversa dalle altre sfilate». 

Se è per questo, avete anche fatto sfilare i primi seni nudi…

«Ci hanno cacciato da Pitti, per questo. Era la moda delle maglie di lamè, e nessuna modella aveva un reggiseno adatto alle cose che indossavano. Si vedevano le spalline, facevano cadere male le maglie Così Rosita ha proposto loro di toglierli: le modelle erano d’accordo, ricordo tra loro la moglie di Vergottini che era tedesca e ci disse "non vi preoccupate: io ho avuto due bambini, ma sfilerò con la braccia in alto… funzionerà…". Morale andarono in passerella ma con i fari risultava tutto trasparente e si vedeva sotto. Così i giornali titolarono "Crazy Horse a palazzo Pitti". Gli organizzatori non gradirono e non fummo più invitati. Ricordo il commento di Camilla Cederna, che scrisse: “Mentre Saint Laurent inventa il nude look a Parigi, i Missoni non vengono accettati a Firenze”. Insomma, Firenze ci stava decisamente stretta. Così abbiamo deciso di andare a Milano».

Quando voi vi siete trasferiti a Milano, non c’era nessuno che sfilava lì?
«Non c’era niente. prima di noi aveva fatto una sfilata solo Walter Albini.  Ma, dopo quello che ci era successo a Pitti, nel ‘74 decidemmo in sette di sfilare lì. Eravamo noi, Walter Albini, Ken Scott, Basile, Krizia, Cadette, Caumont. In un certo senso quell’anno abbiamo dato il via a questa Milano della moda, che è diventata la seconda manifestazione più importante dopo Parigi, con la differenza che la squadra di Milano è fatta tutta da italiani. Mentre a Parigi non è così»

La vostra moda però non è inquadrabile in nessun “trend”..

«Si, siamo anomali. Forse perchè arriviamo da strade diverse rispetto agli altri. Quando faccio questi tessuti io non li ho imparati da nessuno, da nessuna scuola. Lavoro sempre con fogli a quadretti, che poi loro traducono. All’inizio per esempio, eravamo famosi per le righe, ma sa perchè? Perchè avevamo delle macchine che riuscivano a fare solo righe. L’unica cosa che abbiamo scoperto davvero è che si potevano fare un sacco di cose con le righe e i colori, cambiandone i rapporti. Del resto, quante note ha la musica? sette. E pensi quante melodie sono state create, con queste sette note. E, ugualmente, i colori di base sono tre o quattro ma è infinita la gamma dei colori, ed infinita la gamma delle righe. E quando poi abbiamo potuto acquistare la macchina che faceva i zigzag, e abbiamo imparato a fare gli scozzesi»

LA FORZA DELLA FAMIGLIA

Certo che ha avuto un matrimonio pieno di rischi: voi così diversi, a lavorare insieme… di solito dicono che sono elementi di difficoltà per una coppia. A me sembra che a voi invece vi abbia rafforzati
«Sa, tutti i punti di partenza sono a rischio. Però io devo dire che avere scelto questo posto, casa e bottega a Sumirago, è stato un punto di unione. Se avessimo abitato a Gallarate, chissà, forse sarebbe stato diverso. Penso sia stata un’ottima scelta per la famiglia. ha avuto una grande importanza: la vicinanza con il lavoro, che rende tutto più semplice, e poi il verde. Se vedesse il mio giardino, è una cosa molto “fai da te” sembra che sia messo tutto lì per caso: io già avevo un terrazzo a Gallarate, ma se vivi in campagna ti viene più naturale lavorare alle piante. Le prendi, le sposti… Io le studio anche un po’. Mia mamma fece una battuta che mi è cara per questo giardino che è stato pubblicato sui giornali anche esteri. C’era un amico che mi faceva i complimenti per il giardino, e lei disse "mi so che il mio Ottavio sè più bravo de tuti in tuto. basta se lu vol" io ho citato la battuta all’amico e lui mi ha detto "tua mamma ha ragione"».

E’ stato fortunato anche con i figli: ora sono tutti in azienda…

«E sì che non li volevo, in azienda. Avevo consigliato loro di fare altri mestieri: ce ne sono di infiniti perchè star qui a fare maglie? A Luca avevo proposto di fare l’idraulico: gli avrei finanziato un bel camper con l’attrezzatura. Pensi: sempre in giro e sempre del lavoro ben pagato. Non mi risulta che mai un idraulico abbia avuto problemi di occupazione… Comunque, hanno scelto loro di venire in azienda, compresa mia figlia Angela, che quando è maturata e ha fatto le prime collezioni ha preso il posto di Rosita. La quale, che della moda ne aveva fin sopra alla testa, è stata felicissima di passarle la mano. Ora è lei la responsabile dell’immagine Missoni. e Rosita si è dedicata totalmente alla casa: è una cosa che le piace, le interessa, è andata anche nei paesi arabi per allestire alberghi».

E ora, come si immagina il futuro? 

«A dire il vero, spero di non pensarlo… si dice: “la vecciaia xè una brutta malattia: che si può curare, ma non si guarisce”.  E chissà perchè la saggezza è abbinata sempre a una certa età: si dice anche "il saggio è un fanciullo che si duole di essere cresciuto". Io non so che farò: può essere che ritrovi l’innocenza, come qualcuno pensa – però io dico anche che si rincoglionisce, con l’età – e può essere anche che abbia una stagione serena, finchè c’è la salute. Peccato che dura poco…»

(qui sotto, le sue parole in video)

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 09 maggio 2013
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