Tre storie per ricordare che di mafia si muore

Dalla storia di Epifanio Li Puma, sindacalista ucciso nel '47, a quella di Marcella Di Levrano, vittima della mafia pugliese, fino all'uccisione di Pietro Sanua a Corsico nel '95. Una serata a Stoà per ricordarli e per rilanciare il bisogno di giustizia e legalità

Epifanio Li Puma, Pietro Sanua, Marcella Di Levrano. Tra i nomi che Libera pronuncia ogni anno a Firenze il 21 marzo ci sono anche loro, tre storie diverse ma con un unico denominatore: morti per mafia. Ieri sera (venerdì) queste tre storie sono state raccontate dai parenti ai giovani di Stoà, il centro giovanile pastorale di Busto Arsizio che ha organizzato una serata dal titolo "Commuoversi e muoversi".

E la commozione è stata tanta mentre Marisa Fiorani raccontava la storia di sua figlia Marcella, vittima della sacra corona unita a soli 26 anni, una donna uccisa barbaramente a colpi di pietra che non ha mai ottenuto giustizia con una madre che si è vista sbattere la porta in faccia da chi doveva approfondire e indagare. Marisa ha ripercorso la storia della giovane donna, morta nel 1990 proprio quando aveva deciso di parlare, raccontare agli inquirenti chi e come portava la droga nelle piazze di spaccio di mezza Puglia. Solo a venti anni dalla morte ha trovato il coraggio di raccontare la storia di sua figlia, andando contro tutti coloro che le dicevano di stare zitta e di non parlare: «Devo ringraziare don Ciotti e Libera che mi hanno fatto trovare il coraggio di portare questa storia tra i ragazzi». 

Lorenzo Sanua, invece, ha 39 anni e viene dal magentino. Suo padre Pietro è una vittima della

‘ndrangheta ma Lorenzo lo ha scoperto solo anni dopo. Anche lui ha voluto rimuovere per qualche anni ma poi la voglia di scoprire la verità ha prevalso: «Mio padre era un venditore ambulante di frutta e verdura ed è stato ucciso davanti ai miei occhi una mattina d’inverno del ’95 ha raccontato Lorenzo che allora aveva poco più di 20 anni – gli hanno sparato un colpo di lupara e lui ha smesso di vivere poco dopo, metre cercavo i soccorsi». Pietro Sanua era il fiduciario degli ambulanti di Corsico e cercava di aiutare i suo colleghi a risolvere piccole e grandi controversie fino a quando non si è imbattuto nel racket dei fiori dietro il quale si celava la ‘ndrangheta.

Infine è toccato a Grazia Li Puma raccontare una storia che ci riporta ad un’altra epoca, il primissimo dopoguerra e la lotta per la riforma agraria in Sicilia. Epifanio Li Puma, il nonno che Grazia non ha mai conosciuto, venne ucciso nei campi che coltivava davanti ai figli. Epifanio era un  sindacalista e, insieme a Placido Rizzotto (anche lui ucciso in quei giorni) e altri, guidava il movimento contadino che rivendicava il diritto a sopravvivere in una regione ancora profondamente arretrata e dominata dalla nobiltà che possedeva le terre e sfruttava i mezzadri. Epifanio era un mezzadro come gli altri e che per la sua capacità di attirare altri contadini nella lotta venne ucciso dal braccio armato della nobiltà, la mafia del tempo. Poche settimane dopo la sua morte ci fu la strage di Portella della Ginestra, dove morirono 12 persone durante una manifestazione per mano della banda di Salvatore Giuliano.

La serata è servita anche come spunto per parlare di come muoversi per combattere la mafia attivamente e di cosa può fare ogni cittadino per essere parte attiva di una cultura che può sconfiggere una sottocultura come la mafia in genere. Un dibattito intenso che ha visto la partecipazione di diversi esponenti di Libera, di Stoà e della Coop. Prima dell’inizio dell’incontro è stata inaugurata la mostra fotografica  "Non è un paese per vecchi – Sicilia" in collaborazione con l’Archivio Fotografico Italiano, visitabile anche oggi e domani dalle 17 alle 19 nella sede di via Gaeta.

 

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 25 maggio 2013
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