Il bullismo al tempo dei “social”: più brutale e devastante

Specializzata nell'età dell'adolescenza, la psicologa Pepe spiega come si è evoluto il bullismo grazie alla tecnologia, assumendo toni più drammatici. Cosa fare per fermarlo

L’aggressione di una baby bulla a Bollate postata su Youtube. Il suicidio di una ragazzina di Padova perseguitata in rete. La gogna che ha spinto la giovane di Savona ad abbandonare la scuola dopo aver denunciato per abusi quattro compagni di scuola. 

Solo nell’ultima settimana, i giornali si sono dovuti occupare di tre casi eclatanti. Ogni giorno, però, si consumano nella rete episodi di aggressione e bullismo che vedono vittime adulti e adolescenti. 
« È in costante crescita il problema del “cyberbullismo” – afferma Giuseppina Pepe, psicologa e psicoterapeuta specializzata nell’adolescenza – La rete sta amplificano le occasioni e gli strumenti, mettendo all’angolo ragazzi e ragazze. L’aggressione virtuale, spesso anonima, è più pericolosa di quella fisica perché è psicologica, mina l’autostima del ragazzo, in una fase delicata di crescita, quella in cui sviluppa la sua personalità».
 
Nel suo studio la dottoressa Pepe vede e ascolta decine di casi: « Si agisce spesso con leggerezza e si finisce per essere stritolati da un sistema impersonale: i rapporti virtuali spersonalizzano il confronto, così la vittima non ha idea di chi sia il suo carnefice e al bullo a volte sfugge la brutalità e la gravità della sua azione».
 
Si comincia, magari, con una foto un po’ osé mandata al proprio ragazzino che poi la divulga attraverso i social media o le chat di gruppo. Subito dinventa virale e non si ha più modo di fermarla. C’è poi chi viene preso di mira dal branco ritrovandosi protagonista di una campagna denigratoria sui social media  : « Il lato delicato va cercato proprio nella reazione smodata del branco – spiega la dottoressa Pepe – a quest’età i ragazzi spesso sostituiscono la famiglia con il gruppo di pari. Hanno bisogno di essere accettati. Trovarsi in disparte li rende senza rete, indifesi e soli. Ritrovare il confronto, l’ascolto è fondamentale. I ragazzi devono aprirsi, parlare con un compagno, un genitore, un insegnante. Da soli non possono uscire dalla gabbia virtuale in cui sono finiti».
 
Con l’intervento di figure professionali adatte, inoltre, è sempre possibile risalire agli autori delle persecuzioni, individuare i responsabili e perseguirli in base alle leggi: « Anche i bulli hanno spesso bisogno di essere aiutati. Di solito sono ragazzi in difficoltà, che hanno bisogno di attirare su di sé l’attenzione: così fanno un gesto che porta loro molte visualizzazioni, commenti, likes. Il loro orgoglio ne esce gratificato: una notorietà improvvisa con un gesto di cui non capiscono il valore».
 
Come aiutare i ragazzi? « La famiglia, innanzitutto e la scuola. Dobbiamo insegnar loro le regole per stare nella comunità virtuale. Occorrerebbero paletti precisi anche nell’uso delle tecnologie: parlo di limiti di tempo, per esempio. I ragazzi hanno bisogno di incontrarsi, vedersi, studiarsi con gli occhi: spingeteli verso lo sport, una camminata, un’attività sociale o ludica di gruppo. Non occorre controllare telefonini o computer dei figli, ma dare insegnamenti.  Ed evitate i dare il cattivo esempio trascorrendo ore e ore davanti al PC o al tablet. le relazioni personali valgono di più».
 
Nelle scuole qualcosa comincia a muoversi: qualche incontro con gli agenti di polizia postale per capire i reati connessi all’uso di internet, lo sportello psicologico a cui rivolgersi: «Occorrerebbe azioni e lezioni mirate. Sarebbe meglio che si facesse psicologia preveniva e non per terapia»

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 13 febbraio 2014
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