Il mito di Medea nella cinica dolcezza di Eleni Karaindrou

Ecm pubblica il cd con le musiche di scena composte dall’artista greca per il dramma di Euripide

La creazione, nella vita degli uomini, rappresenta la divina riconoscenza, ed è tanto un atto di ribellione quanto una richiesta di perdono. Dunque, creare significa abitare una dimensione nella quale l’uomo può assumere le somiglianze di un dio. E’ a questo che ci ha abituati Eleni Karaindrou – nata in Arcadia, nel Peloponneso, nel 1946 o 1941 (la data é incerta) – con le sue musiche per il cinema e il teatro. Nella “Medea” di Euripide (con l’adattamento al greco moderno di Giorgios Cheimonas e la direzione scenica di Antonis Antypas), presentata ad Atene nel 2011 (cd Ecm 2376), Eleni affida ad una strumentazione essenziale la narrazione del dramma. Un clarinetto, in apertura, è messaggero di mistero e distruzione. Quasi fosse la voce prediletta della desolazione. Un suono dolcissimo si rilascia, come è nella tradizione della Karaindrou, per poi respirare in una tessitura paziente – ma incalzante – che inala l’ansia dell’attesa e della meditazione crudele. Ecco Medea: figlia di Eete e di Idia, nipote di Elio e della maga Circe, innamoratasi perdutamente di Giasone. Per lui, Medea rinuncia alla propria patria e agli affetti dei cari sino a compiere efferatezze atroci. Capace di passioni umane, si rivela spietata vendicatrice di fronte al tradimento del marito Giasone, convolato a nozze con Glauce, la figlia di Creonte, dietro promessa del re di Corinto di poter succedere al trono. Medea, sconfitta nell’orgoglio e nel sacrificio per Giasone invia alla giovane, come dono di nozze, una ghirlanda e una veste avvelenate. Indossandole, la ragazza muore tra atroci sofferenze. A nulla serve l’apprensione di Giasone per salvare i figlioletti avuti dall’unione con Medea: questa, apparsa sul carro alato del dio Sole, gli mostra i cadaveri dei piccoli che ha ucciso per privarlo di una discendenza. La maledizione incombe agitando le sue ombre. Nella musica di Eleni, il dolore si appropria degli uomini come un marcia lenta che corrode e contamina. E’ un sipario che lascia trasparire una pace irraggiungibile. Ed è in questa vela leggera di note, un diradarsi di pianti sommessi, che si costruisce il suono in bilico continuo tra trascendenza e raziocinio. La lotta tra bene e male si confonde, ormai, nella debolezza umana senza alcuna stratificazione. Un racconto sonoro essenziale, dunque, che prende vita serpeggiando nello spazio come un raggio di sole tra le nuvole di tempesta. Accattivante e acidula nell’incontro tra Oriente e mondialità musicale, raschiando tutto ciò che non serve all’azione, nella sua leggerezza eroica questa musica assume tutto il peso del verdetto finale: morte.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 05 febbraio 2014
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