L’Italia riparte solo se si torna a investire

Presentato alle Ville Ponti il XVIII Rapporto Einaudi. Nella serata organizzata dalla Banca Popolare di Bergamo è stato fatto il punto sull'economia globale e sulla situazione italiana

Mezzo punto di crescita del Pil (prodotto interno lordo) italiano è come un filo d’erba nel prato dell’economia. Da solo non basta per dire che in futuro ci sarà un bel manto erboso, perché tutto dipende da cosa saranno in grado di fare i giardinieri.
Secondo il XVIII Rapporto Einaudi sull’economia globale e l’Italia, presentato alle Ville Ponti in un incontro organizzato dalla Banca Popolare di Bergamo, nel Belpaese ci sono le condizioni affinché il giardiniere faccia germogliare altri fili d’erba dal gelo della recessione.
In questi ultimi anni le politiche monetarie della Fed (Federal reserve, la banca centrale americana) e della Bce (Banca centrale europea) hanno attenuato gli effetti del debito accumulato, non solo dagli Usa e non solo dal settore immobiliare, senza riuscire però a creare un solida ripresa e un rinnovato senso di fiducia. «L’Occidente si è risvegliato dalla crisi Lehman – spiega Giuseppe Russo, ricercatore del Centro di ricerca e documentazione Luigi Einaudi – con la classe media più povera di prima e con la globalizzazione che aveva eroso i margini di competitività della nostra economia. Questo ha fatto aumentare la domanda di protezione». È aumentata la paura e con essa l’avversione verso banche e multinazionali ritenute tra i principali responsabili del disastro. Una convinzione sbagliata, secondo il curatore del rapporto, perché la somma tra creazione e distruzione di opportunità è ancora positiva. 
I fattori che hanno fatto vivere un lunghissimo inverno all’economia dell’aera euro sono molteplici e le spiegazioni del calo della domanda interna non sono solo da legare alla crisi in quanto tale, ma anche a situazioni più strutturali come la «finestra di opportunità demografica», ovvero il periodo di tempo, nell’evoluzione demografica di una nazione, in cui la percentuale di popolazione in età di lavoro è particolarmente elevata, così quella della popolazione giovane, mentre è più bassa l’incidenza della popolazione anziana. Ci sono paesi, come il Brasile, la cui finestra di opportunità demografica si è aperta ne 2000 e si chiuderà nel 2030, mentre per l’India si aprirà nel 2015 e si chiuderà nel 2050. Per gli Usa invece la chiusura è prevista nel 2015. In Europa, quella finestra, si è chiusa da tempo: in Germania nel 1990, in Italia nel 1985, nel Regno Unito nel 1980. Discorso a parte merita la Cina la cui finestra si chiuderà nel 2025 a causa degli errori di pianificazione demografica fatti nel passato.
L’età media della popolazione è dunque un game changer, cioè un fattore di cambiamento e un facilitatore di sviluppo perché strettamente legato al sentimento di fiducia del sistema. E purtroppo l’Europa, se si parla di fiducia, è fragilissima perché non crede che se si investe bene si possono avere dei vantaggi.
Sullo schermo compare l’immagine del naufragio della Costa Concordia, per ribadire che l’Italia dal canto suo è un malato che è stato rimesso in piedi ma che ancora non naviga a vele spiegate, nonostante abbia le risorse finanziarie, un sistema bancario che ha tenuto e uno industriale di prim’ordine, a cui si deve aggiungere un basso livello di indebitamento totale, considerato il risparmio privato. «Gli ultimi mesi dimostrano che i giardinieri hanno lavorato bene – conclude Russo – ma per uscire dalla convalescenza, non possiamo affidarci solo alla cura delle esportazioni. Se vogliamo che quei fili d’erba diventino chiazze di prato, bisogna tornare a investire».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 04 febbraio 2014
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