“La mia vita in Braille”

Samuele Fasson, 29 anni di Uboldo, è laureato in lingue alla Cattolica di Milano. E non vede dalla nascita. La sua vita è stata diversa grazie al Braille: questa è la sua storia

Samuele Fasson ha 29 anni e abita a Uboldo.
E’ laureato in lingue alla Cattolica di Milano, lavora, come molti giovani laureati, al call center di una grande società di assicurazioni specializzata nell’assistenza stradale, ha preso da poco casa e fra poco andrà a convivere con la fidanzata. Insomma, una vita da giovane laureato con un futuro davanti, che Samuele affronta però in una maniera diversa dalla maggior parte dei suoi coetanei. «Sono cieco dalla nascita – spiega Samuele – Lo dico così perchè non mi piacciono le perifrasi. Ho imparato il braille in prima elementare, parallelamente ai compagni che imparavano a leggere le lettere dell’alfabeto: mi ricordo che ad ogni lettera che ci facevano imparare associavano un oggetto».

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Samuele racconta la sua vita da laureato non vedente («E io non sono ipovedente, come adesso si usa dire: sono proprio cieco, e dalla nascita. A volte i termini sono non solo un po’ ipocriti ma anche scorretti») per celebrare la settima giornata nazionale della scrittura Braille, che cade il 21 febbraio ed è stata istituita per legge nel 2007, partendo da una considerazione: «Ho imparato il braille negli anni ’90: non c’erano ancora i computer, e quindi ho imparato tradizionalmente, con tavoletta e punteruolo. In particolare, usavo una macchina da scrivere braille, che ha sei tasti ed è una specie di punteruolo meccanico, che funziona come la tavoletta ma è molto più semplice da usare. Da quando ho imparato il braille tutti i giorni leggo. E senza il braille non avrei potuto mai laurearmi in lingue».

Studiare in braille non è stato difficile: «Le elementari e le medie le ho fatte a Uboldo, mentre il liceo linguistico l’ho fatto a Saronno. C’era sempre un insegnante di sostegno e mi sono trovato bene: più precisamente ero seguito dall’istituto dei ciechi di Milano, che lavorava in collaborazione con i professori: a marzo – aprile dell’anno prima fornivano l’elenco libri all’istituto ciechi che me li stampava appositamente in braille, così ero perfettamente in pari con i miei compagni. Tra l’altro, la tecnologia ci è venuta in aiuto: con il computer leggere e scrivere in braille è stato molto più semplice. In sostanza, esiste una tastiera specifica, da aggiungere alle funzioni del computer, che permette di tradurre in braille i testi digitali che trova, e viceversa. Un meccanismo che ha cambiato molto la vita dei non vedenti, insieme alla diffusione dei libri digitali, che potevano essere più facilmente sintetizzati in questo modo».

La parte complicata degli studi però, è paradossalmente arrivata all’università: «I libri dei docenti universitari sono perlopiù in versione cartacea: quasi impossibile trovarli in versione digitale. Ho ricevuto molto aiuto per quel che era possibile: nel recuperare le dispense digitali, per esempio. Ma i libri di testo, quelli proprio non c’erano: e così ho dovuto “tornare all’antico”, facendoli riscrivere in braille, o meglio facendo fare una scansione, rendendoli digitali e poi quindi facendoli sintetizzare, man mano che dovevo studiarli. Il risultato è stato fare in sette anni quello che avrei potuto fare in cinque. Però non mi lamento, è andata bene lo stesso».

Negli ultimi tempi questa scrittura è stata un po’ “soppiantata” dalla sintesi vocale: «Non è scontato che tutti i ciechi usino il braille, è più comune per chi non vede dalla nascita. La maggior parte dei ciechi, specie chi lo è diventato nel corso della vita, usa il computer con la sintesi vocale, che è più veloce e immediato. Anch’io lo faccio per le cose spicciole: se leggo mail uso la sintesi, se leggo un libro lo leggo in braille. Ma il braille è fondamentale a livello culturale: chi legge solo con sintesi vocale non impara correttemente a scrivere in italiano, fa più errori perchè non li “vede”. E’ vero che il braille è più lento da leggere, ma è diversa la fruizione. Poi, leggere un audiolibro è più veloce, ma, come succede anche per chi vede, resta impresso meno».

Ora Samuele lavora con profitto, in una azienda che considera i non vedenti una risorsa su cui investire: «Il mio lavoro principale è mandare carri attrezzi a chi è in difficoltà: per farlo, l’azienda ha reso accessibile il software aziendale in modo che potesse essere utilizzato da chi non vede. Del resto, siamo in dieci impiegati in quel call center: tra ipovedenti e non vedenti totali»

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 24 febbraio 2014
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