“Lidia Macchi, nel mirino un uomo sposato”

Rivelazioni della trasmissione tv Quarto grado. I magistrati milanesi che hanno preso in carico il fascicolo avrebbero accantonato l'ipotesi di un sacerdote

La Procura generale di Milano è convinta che il delitto di Lidia Macchi, avvenuto il 7 gennaio del 1987, sia un “omicidio passionale”. Ma soprattutto le indagini starebbero puntando su un uomo sposato – e non un sacerdote – con cui la ragazza potrebbe aver avuto a suo tempo una relazione. Lo rivela la trasmissione tv “Quarto Grado” che questa sera, venerdì 14 febbraio, si occuperà della vicenda. Che il delitto abbia un movente amoroso è cosa oramai nota, così come è noto che nella borsa della ragazza fu rinvenuta una lettera indirizzata a un amore dalle sembianze incerte(Dio? Una persona reale?). Inoltre, alla famiglia, dopo 4 giorni dal delitto arrivò una lettera anonima “In morte di un’amica” con parole poetiche e appassionate.

Nella lettera, la giovane scrive: «Ti volevo dire, amore mio, che fuori oggi c’è una pioggerellina fredda, fredda, e che stamattina sono stata a lungo a guardare il cielo grigio sperando che un po’ di grigiore entrasse in me, che una nebbiolina fitta si posasse dentro di me per nascondermi questo cuore».
Lidia prosegue: «Dimmi perché sorridi, perché il tuo sguardo è così dolce e perché io non posso che arrendermi alla realtà, non posso che riconoscere che ci sei… Questo mistero, sai, mi sgomenta e mi ferisce ed io, oggi meno che mai, riesco a fare progetti sul nostro futuro e non so se ci sarà un futuro insieme per noi».
La lettera si conclude con un’invocazione a Dio, ma gli inquirenti sono convinti che sia stata indirizzata a un uomo con cui Lidia aveva intrecciato una relazione difficile.
Nella borsa di Lidia, inoltre, è stata trovata anche una poesia di Cesare Pavese trascritta di proprio pugno («Questa morte che ci accompagna da mattina a sera insonne, sorda, come un vecchio rimorso o un vizio assurdo. Per tutti la vita ha uno sguardo. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi…»).

(Fonte. Nota Mediaset, Cologno Monzese, 14 febbraio 2014) 

I particolari di cui parla la inviata Ilaria Cavo sono stati studiati in questi giorni dalla procura generale di Milano che ha avocato a sé il fascicolo. A Varese tuttavia i contenuti di quelle lettere erano già noti, e sono in buona parte contenuti in un libro di memorie del giornalista Gianni Spartà, pubblicato nel 1991, «Questa è la storia». A pagina 221 Spartà ricorda ad esempio che erano scritte su un foglio a quadretti e che l’ultima parola era «amen».
Quarto Grado parlerà anche delle annotazioni a margine di quei versi.

La tesi che la trasmissione di Mediaset ha anticipato con un comunicato stampa, è la seguente:

«Queste frasi sono da associare anche a quelle della lettera – anonima e intitolata “In morte di un’amica” – che fu recapitata alla famiglia quattro giorni dopo la morte di Lidia: «Perché io, perché tu, in questa notte di gelo… il corpo offeso, velo di tempio strappato giace».
Per chi indaga, l’anonimo è l’assassino: il velo strappato rappresenta la verginità perduta. Particolare che solo chi ha ucciso poteva sapere. Inoltre, nella lettera si evoca un agnello senza macchia, che piega il capo timoroso e docile. Lidia non si era ribellata a quel rapporto sessuale consumato prima di morire. Come faceva a saperlo l’anonimo?».
Per dare un nome e un volto all’assassino di Lidia Macchi, gli inquirenti attendono gli esiti dei rilievi scientifici sugli oggetti trovati della scena del crimine.

(Fonte. Nota Mediaset, Cologno Monzese, 14 febbraio 2014) 

 

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di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 14 febbraio 2014
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