San Gregorio, i “monuments men” di Busto Arsizio

Il Laboratorio di restauro San Gregorio esiste da quasi mezzo secolo. Michele Barbaduomo e Gigi Reina sono i due soci che tengono alto il nome di una tradizione tutta italiana: «Il nostro è un lavoro artigiano perché c’è una conoscenza sedimentata nel tempo e un saper fare che la valorizza. Preservare tutto questo è un nostro dovere perché così si mantiene viva la memoria di un popolo»

Hanno mani da manovale. Callose, ruvide, macchiate dai colori, segnate dai solventi. Una sensibilità da artista e un cervello da tecnico. Michele Barbaduomo e Gigi Reina sono moderni “Monuments men, i soldati che durante la Seconda Guerra Mondiale salvavano le opere d’arte dalla distruzione e dalla razzia dei nazisti, resi celebri dal film di George Clooney. Loro però combattono una guerra silenziosa contro un nemico più subdolo e mai domo: il tempo che corrode, danneggia e a volte distrugge le opere d’arte. Sono restauratori, orgogliosi di essere artigiani e di portare avanti una tradizione tutta italiana. La loro azienda, la San Gregorio, è a Busto Arsizio dove è nata oltre quarant’anni fa prendendo il nome dalla via che ospitò il primo laboratorio fondato da Bernardo Carli. (foto, da sinistra: Michele Barbaduomo e Gigi Reina)

Nella figura del restauratore sono racchiuse più anime quale prevale, quella tecnica o quella dell’artista di bottega?
Gigi: «C’è stato un passaggio epocale alla fine degli anni ’80, quando la figura dell’artigiano restauratore, intesa come vecchio saggio, non reggeva più. Da quel momento in poi ci mettono il camice bianco e diventiamo tecnici. Seppur importante, non basta essere tecnici, perché in questo lavoro occorre avere gusto e sensibilità. Un tempo l’artista doveva conoscere molte cose, tutti i passaggi dell’opera erano nella sua testa. Oggi l’organizzazione del lavoro ti impone una visione diversa».

Quindi in questi ultimi anni il vostro lavoro è cambiato.
Michele: «Tantissimo e per due motivi: primo perché si impara sempre. Ogni chiesa, ogni affresco, ogni opera è una scoperta nuova. Secondo perché l’impatto dell’innovazione tecnologica è stato molto forte, da una parte c’è l’informatica che ti permette di fare riproduzioni virtuali delle varie tipologie d’intervento; dall’altra ci sono analisi chimiche e materiali innovativi che permettono di intervenire anche su restauri precedenti. La stratificazione degli interventi in qualche modo testimonia il progresso fatto».

Perché questo è ancora un lavoro che deve essere fatto da artigiani?
Gigi: «Se tocchi un intonaco del ‘600 lo puoi capire. Sono lucidi, perfetti, come se fossero stati fatti ieri. E se li analizzi bene puoi riconoscere anche gli attrezzi usati all’epoca dei lavori. Lo stesso avviene con gli affreschi, sfiorarli è come sfiorare il corpo di una bella donna, avverti una bellezza che promana dalla materia. Ecco perché questo è un lavoro artigiano: c’è una conoscenza sedimentata nel tempo e un saper fare che la valorizza. E preservare tutto questo è un nostro dovere perché in questo modo si mantiene viva la memoria di un popolo».

Qual è il vostro rapporto con la burocrazia?
Michele: «Per noi autorizzazioni e controlli sono il pane quotidiano, ma nei restauri sono fondamentali perché garantiscono l’opera d’arte e il committente. Noi lavoriamo con la Curia, il Fai e la Soprintendenza, a loro vengono sottoposti i nostri progetti. Il vero lavoro è la programmazione dei cantieri che deve essere fatta almeno con un anno di anticipo e per una microimpresa puo’ essere drammatico perché non ha le risorse sufficienti per potersi dedicare a questa ulteriore attività essendo già impegnata in altri lavori. I tempi sono lunghi perché la Soprintendenza non ha abbastanza personale. È il problema di sempre: questo Stato non investe in cultura».

La crisi ha colpito tutti i settori, anche per voi è stata dura?
Gigi:
«Tutti i giorni riceviamo richieste di colleghi che cercano lavoro. La crisi ha ammazzato soprattutto i piccoli, chi era strutturato come noi è riuscito a tenere il mercato grazie a una serie di commesse prese prima della crisi e a una solida reputazione costruita in 45 anni di lavoro. Attualmente abbiamo 5 dipendenti e appalti in cantieri esterni e anche in laboratorio».

Che cosa si prova ad avere un’opera d’arte di pregio in laboratorio?
Michele: «È una sensazione bellissima, perché è come avere una persona fisica, ne senti la presenza forte, la sua immanenza rispetto al tempo che passa. È una sensazione così intensa che quando la riconsegni ne avverti subito il vuoto, la mancanza».

Non avete mai avuto la tentazione di lasciare un vostro messaggio ai posteri in un restauro?
«Il restauratore deve essere neutro rispetto al suo intervento, ma per chi come noi prova l’emozione di trovare un segno del passato, la tentazione di lasciarne uno per il futuro è sempre grande. A Bergamo, durante un restauro, in un buco abbiamo inserito una lettera, in cui spiegavamo chi eravamo, cosa facevamo e tutti i nomi dei collaboratori, e una prima pagina di un giornale che dava la notizia dello scoppio della guerra in Iraq. Chissà magari fra qualche secolo…».

L’IMPRESA DELLE MERAVIGLIE

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Scheda dell’azienda

Laboratorio di restauro San Gregorio
Via G. C. Abba 5
Busto Arsizio, VA 21052, ITA
Telefono: +39 0331 320 504
Fax: +39 0331 320 504
visita il sito
restaurisangregorio@libero.it

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 17 febbraio 2014
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