I bancari scendono in piazza: “Non siamo avidi banchieri”

Il sindacato del credito si ricompatta dopo la disdetta unilaterale del contratto da parte dell'Abi. In quindicimila protesteranno contro la decisione. «Si tratta di uno strappo storico, il bancario "debole" avrà conseguenze anche sulla clientela»

I bancari vanno ai materassi, cioè alla guerra. Venerdì 30 gennaio almeno 15mila lavoratori del credito scenderanno in piazza a Milano, Roma, Ravenna e Palermo (#sonobancario) contro i banchieri e la decisione della loro associazione, l’Abi (Associazione bancaria italiana), di disdire unilateralmente il contratto collettivo nazionale a partire dal primo aprile.
Il primo effetto sortito dalla decisione di Antonio Patuelli, presidente di Abi, e soci è aver ricompattato il fronte sindacale, dopo la rottura dei tavoli di trattativa nel 2009. Il 30 gennaio 2015 sarà dunque ricordato come una giornata storica per il sindacato di settore di nuovo unito e senza defezioni. «Forse quando la Fisac Cgil rompeva i tavoli delle trattative qualche ragione ce l’aveva» dice con un pizzico di ironia Ludovico Reverberi.
La lista delle sigle è lunga e comprende: Fabi, Fisac Cgil , Fiba Cisl, Uilca, Dircredito, Unisin, Sinfub e Ugl credito. Nonostante questo fronte sindacale unito, l’Abi non si smuove dalle sue posizioni e dall’alternativa stringente o l’occupazione o il salario, pur sapendo che le due questioni non sono per niente alternative. «È la prima volta nella storia che c’è una disdetta unilaterale» dice Mario Caspani (Unisin). Atteggiamento che Francesco Clerici (Fisac Cgil) non esita a definire «arrogante sia per il metodo che per le pregiudiziali poste al sindacato».
La disdetta unilaterale in effetti non lascia alcun margine di manovra al sindacato se non appunto la mobilitazione generale. Lo strappo storico dei banchieri, secondo Filippo Pinzone (Fiba Cisl), ha ragioni precise: «Avere mano libera su tutto, dalle cessioni dei rami d’azienda fino alle delocalizzazioni. Inoltre lasciare il bancario senza tutele vuol dire ricattarlo, soprattutto se costretto a vendere titoli tossici». «La tendenza – precisa Mario Pittarello (Uilca) – è esternalizzare più lavorazioni possibili, bloccare gli stipendi, tranne naturalmente quelli dei top manager spesso causa dei disastri finanziari».
«Il bancario povero e senza tutele», come lo definisce Alberto Mostacciuolo (Fabi), non può essere un elemento di garanzia per la clientela perché non garantisce alcuna professionalità. «Già oggi chi entra in banca – dice il sindacalista – ha il 20% in meno di stipendio. Con la disdetta del contratto la situazione è destinata a degenerare ulteriormente».
È chiaro che in questa partita delicatissima è venuta meno la fiducia nella controparte. Lo slogan scelto per la mobilitazione, “siamo bancari non avidi banchieri”, la dice lunga sulla distanza che c’è tra i due interlocutori. La difficoltà delle banche in questa fase è legata «alla scarsa marginalità, a una discutibile qualità del credito e anche a modelli obsoleti» spiega Alessandro Frontini (Fabi). E i rapporti consolidati sul territorio non sembrano in grado di invertire questa tendenza. «Ci sono gruppi bancari che nelle trattative con noi mostrano il volto buono e quando sono a Roma ci sparano contro» sottolinea Alberto Zonca (Uilca).
Il clima politico generale e il modello delle decisioni prese unilateralmente, così in voga in questa fase, non aiuta il confronto tra le parti. «I nostri segretari generali – spiega Rosalina Di Spirito (Fabi) – hanno scritto a Patuelli, al presidente di Federcasse e al Presidente del Consiglio per spiegare i motivi della nostra protesta. Tutelare la professionalità del bancario significa tutelare anche il cliente perché si introduce il concetto della priorità etica su tutto il resto. L’effetto della decisione dell’Abi sarà la disgregazione completa del mondo del credito e questo non farà bene nemmeno al Paese perché le banche hanno una funzione sociale».
«Il sindacato – conclude Pierpaolo Ferri (Fabi) – ha fatto delle proposte per far recuperare redditività alle banche a partire dalla riqualificazione del personale in assistenza alla clientela, ma l’Abi proprio non ci sente». 

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 29 gennaio 2015
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