L’Anpi prende posizione sui profughi in città

Da mesi si discute della presenza di una trentina di richiedenti asilo ospitati nella cittadina, tra richieste di trasparenza, resistenze all'accoglienza ma anche attenzione alle persone coinvolte. L'Anpi ripercorre le tappe

La presenza dei profughi richiedenti asilo a Samarate ha innescato un intenso dibattito nella cittadina, in particolare con richieste di trasparenza alla società che gestisce l’accoglienza (e che ha altri centri in provincia, clicca qui per approfondire). Anche l’Anpi – associazione nazionale partigiani – dice la sua, sottolineando alcuni aspetti e chiedendo un’attivazione della società civile per l’accoglienza a persone fuggite in molti casi dalla guerra

Sui richiedenti asilo presenti a Samarate dall’aprile 2014
Lettera aperta al Sindaco e all’Amministrazione di Samarate, ai cittadini e alle associazioni

Dopo essere partiti sui barconi dalla Libia e giunti a Lampedusa sono arrivati a Samarate nell’aprile 2014. Sono una trentina, giovani sotto i 25 anni, in fuga da paesi in cui ci sono guerre e violenze e privazione dei diritti dell’uomo – Mali, Senegal, Nigeria, Gambia.
Sono richiedenti asilo e la Prefettura di Varese ha attivato una serie di azioni con i sindaci dei comuni interessati (oltre Samarate, Busto Arsizio, Gallarate e Somma Lombardo per un totale di 90 persone circa ) e predisposto – tramite la cooperativa l’Oasi di Milano – alcuni servizi essenziali: visite sanitarie mensili, distribuzione di vitto e alloggio, e un contributo in denaro per piccole spese personali.
Sono circa otto mesi che li vediamo camminare in piccoli gruppi dal condomino di via 5 Giornate alla cooperativa circolo di via Indipendenza dove vanno a mangiare; qualche volta giocano al pallone nel cortiletto del condominio o sono presi nel telefonare ai parenti o amici dei loro lontani paesi. Quasi nessun contatto con i samaratesi … Sono isolati, invisibili; forse qualche commento circa il fatto che sono neri e che di loro bisogna diffidare …
Qualcuno ha fatto di più; nei nuovi condomini in via Montesanto, prima destinazione per alcuni di questi profughi, alcune famiglie hanno protestato per invitarli ad andare altrove … e così è accaduto recentemente nel trasferimento in via Ollearo (nella foto, la vecchia villetta che ospita i rifugiati, ndr). Al proposito di una importate azione, quella di iscriverli a scuola per imparare la lingua italiana – le persone parlano prevalentemente il francese e alcuni parlano più lingue – si sono verificate resistenze e scarsa collaborazione.

Ma qual è il punto di vista dell’Ammnistrazione di Samarate e del suo sindaco?
Il sindaco Leonardo Tarantino, a metà dicembre, ha scritto una lettera a Matteo Renzi nella quale sostiene che questi profughi costano troppo per lo Stato italiano; che “è incomprensibile per me e per i miei cittadini vedere tante risorse spese per gli ultimi arrivati”; e chiude con questa richiesta:”ascolta l’insofferenza dei samaratesi, modifica le leggi sull’immigrazione.”
Non è difficile cogliere il messaggio: questi devono stare a casa loro …
E possiamo rilevare nelle posizioni del sindaco un modo semplificato di leggere i fenomeni migratori nella nostra epoca, scorgere un neorazzismo come reazione alla mobilità degli esseri umani e come pretesa di bandire gli indesiderabili. E poi, nella qualità di rappresentante delle Istituzioni italiane, riscontriamo che non gli passa nella testa alcunchè dei diritti garantiti dalla Costituzione italiana ( art. 10) e dalle Carte internazionali ( Convenzione di Ginevra del 1951 e Convenzione di Dublino del 1990) e delle pratiche previste dal protocollo di intesa per la realizzazione del Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (siglato dal Ministero dell’Interno, dall’Associazione nazionale dei Comuni Italiani e dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati – legge n. 189/2002).

Esiste però il problema; le migrazioni in questa epoca sono un fenomeno durevole, destinato ad accompagnare le nostre vite e che non può essere affrontato con soluzioni finali, né con i respingimenti o con muri né con buonismi di ogni risma.
Le migrazioni, l’immenso movimento delle moltitudini messesi in cammino nell’era della globalizzazione, i profughi e i rifugiati cresciuti enormemente per via di disuguaglianze, miseria e guerre insediate al centro della scena mondiale.
Gli ultimi eventi – ricordate il 3 ottobre 2013 – dei profughi di Lampedusa morti nel cimitero del Mediterraneo, cosa ci dicono?
Al di là delle inefficienze italiane nell’accoglienza, sono le politiche di respingimento, è che l’Unione Europea non vuole più accogliere rifugiati, volta le spalle e si difende con Frontex, oggi con Triton, l’agenzia guardiacoste che controlla e respinge …
Gli stati temono il fenomeno, i politici hanno paura e diffondono paura. In definitiva, la paura dell’immigrazione manifesta l’incapacità di fare i conti con il mondo nuovo in cui siamo entrati avendo la testa nel passato.

Già sentiamo un ritornello, una risposta che ci dice: ma pòrtatelo a casa tua! Oppure, la realpolitik richiede oggi alla politica di attrezzare la Fortezza Europa e di difendere lo stile di vita occidentale e la sua democrazia; detto diversamente: padroni a casa nostra.
Ci crogioliamo nell’illusione che sia sufficiente consolidare le nostre fortezze per far fronte alla pressione dei flussi migratori, permettiamo che lo straniero resti estraneo al conforto, al diritto e al riparo; ci disinteressiamo della sua condizione, della sua storia, della sua sorte. Preferiamo ignorarne l’esistenza, evitarne l’incontro, sfuggirne il volto. Lo temiamo, anche; e allora c’è questa collera popolare e spirito di rivolta che si aggira intorno a noi, soprattutto nelle periferie delle capitali.
Ma che paese è il nostro in cui la paura condiziona e pregiudica l’ospitalità? Ne fa addirittura un crimine sanzionando chi ospita un immigrato irregolare.

Una legislazione meschina e ipocrita ha deturpato la parola “accoglienza”; sono stati denominati “centri di accoglienza” quei luoghi di segregazione, con filo spinato e mura altissime, campi di internamento per immigrati irregolari, rifugiati, profughi, per persone che non hanno commesso nessun reato. I CIE, centri di identificazione ed espulsione sono istituzioni di detenzione amministrativa, di segregazione degli internati, di controllo della popolazione, un luogo di prigionia dei migranti in attesa di essere identificati; e non si può pensare di risolvere il problema soltanto riducendo i tempi del trattenimento o evitando il sovraffollamento. E’ un’istituzione che deve essere chiusa.
In piazza a Milano il 25 aprile scorso circolava una frase che approvava il diritto all’ospitalità: la resistenza oggi è chiudere i CIE.

Di fronte a tutte queste cose, dobbiamo come cittadini e come istituzioni trovare strade in grado di dare risposte giuste e umane sia al livello locale sia a livello globale; è una partita aperta e ne va dei diritti alla vita e della dignità delle persone …
Oggi siamo chiamati a mettere in campo qualcosa che abbia a che fare con una cultura della legalità e della cittadinanza, che serva a costruire convivenza civile.
Ci sono alcune cose che possiamo fare.

Una prima è evitare le semplificazioni, gli slogan e le affermazioni ideologiche; si può pretendere una informazione corretta sulla realtà delle migrazioni, ad esempio anche ricorrendo ai dati del Ministero dell’Interno o a inchieste come quella della recente trasmissione Piazza Pulita su La7. Ed è necessario richiedere trasparenza e chiarezza da parte del Ministero dell’Interno e della prefettura di Varese nella assegnazione delle risorse economiche e nell’affidamento a enti e cooperative dell’incarico di gestire i servizi nei confronti dei profughi; evitando anche situazioni di opacità e reticenza nel fornire spiegazioni alla popolazione dei territori.

Una seconda cosa è il modo di porsi e la presenza delle Istituzioni locali, a partire dai sindaci che hanno una responsabilità all’interno del Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati nella realizzazione dei progetti di accoglienza; un sistema costituito dalle rete degli enti locali che possono accedere a fondi per attivare servizi e aiutare la vita di queste persone e che possono coinvolgere le associazioni per facilitare lo scambio e l’incontro.
Gli enti locali devono garantire interventi di accoglienza integrata – si veda la legge 189 del 2002 e il Manuale operativo SPRAR che definisce gli obiettivi, i tempi e le azioni prioritarie, le procedure e gli aspetti gestionali – che non riguardano la sola distribuzione di vitto e alloggio, ma prevedono misure di informazione, accompagnamento, assistenza e orientamento.
Cosa è stato fatto e quali compiti non sono stati assolti, quali carenze negli impegni e nelle responsabilità? Quale cooperazione si è cercato di costruire tra istituzioni e associazioni? E come sono stati gestiti i servizi dalla Cooperativa affidataria? E tra i servizi minimi garantiti quale percorso di apprendimento della lingua italiana, quali iniziative di accoglienza e socialità nelle scuole?

Una terza cosa è la presenza civile delle associazioni ( Anpi, Acli, Bottequa … Consorzio cooperative sociali, sindacati territoriali …) per dare voce a queste persone, sostenere con iniziative materiali e proposte gli interventi di accoglienza integrata, promuovere incontri pubblici sul tema delle migrazioni rivolti alla popolazione (come ad esempio la giornata sugli immigrati promossa a Travedona), soprattutto per provare a guardare dietro ai numeri, sperimentare l’incontro, conoscere le persone e le storie che hanno, perché i migranti e i rifugiati ci restituiscono l’immagine di quello che siamo stati e di come siamo oggi nelle relazioni e nel fare società.

29 dicembre 2014
Anpi di Samarate e Verghera

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 07 gennaio 2015
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