La mia vita è finita a Mauthausen

Il gallaratese Osvaldo Pagani parla per la prima volta dopo 70 anni della sua deportazione nei lager nazisti. «Il ricordo più drammatico erano le urla strazianti dei bambini»

Osvaldo Pagani oggi ha 90 anni, vive a Gallarate ed è sopravvissuto ai lager nazisti. Internato prima a Bolzano e poi a Mauthausen, dopo settant’anni di silenzio ha deciso di raccontare la sua storia. Attivo nella lotta partigiana, appena diciottenne venne arrestato a Milano per poi essere deportato il 14 dicembre 1944. All’epoca Mauthausen era un campo di classe 3, cioè non solo destinato ai lavori forzati, ma anche all’eliminazione fisica diretta dei prigionieri.
A guerra finita Pagani, seppur stremato dalla fatica e dalla malattia, ne uscirà vivo. 

Osvaldo, quale era il suo numero di matricola?

«A Bolzano 3924 Blocco HG, e a Mauthausen 1140480».

Ricorda i nomi di altri prigionieri?
«Ezechiele Venturini e don Andrea Gaggero, entrambi molto più grandi di me. Il primo mi aiutò a ottenere l’impiego nel campo che mi salvò la vita, ossia di meccanico per una fabbrica tedesca, e uscì con me. Del secondo non ho più avuto notizie, sparì una notte qualche mese dopo il nostro arrivo a Mauthausen».

Qual è il ricordo più drammatico della sua deportazione?
«Certamente il fatto che sentivano giorno e notte le urla e i pianti dei bambini, tenuti in una zona diversa dalla nostra e separati dalle madri, che vedevamo sfilare nel campo a una trentina di metri da noi, ma a loro volta separate da un reticolato di filo spinato. Mi ricordo che un giorno una giovane ragazza ebrea mi salutò con un cenno della mano, e così fece per qualche giorno ancora, poi non la vidi più».

Quali erano le condizioni di vita nel campo?
«Ricordo molto poco ormai. Dormivamo su tavolati a castello fatti di legno, almeno quattro per posto, stretti come sardine e stipati l’uno sopra l’altro. Quando qualcuno stava male, doveva dormire sui lati esterni, altrimenti non sarebbe riuscito a uscire per andare al bagno. Io ero con un russo, un polacco e, mi sembra, uno svedese».

Non ha mai sentito il desiderio di tornare a vedere quei luoghi, o quello di scriverne e parlarne?
«Mi hanno invitato due volte ad andare a Mauthausen, per parlare della mia esperienza, ma non ho mai voluto. Quando mi chiamarono al telefono dalla Rai, più di quarant’anni fa, per portare la mia testimonianza in televisione, risposi che Osvaldo Pagani era morto. Questa è la prima volta che parlo».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 27 gennaio 2015
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