“La Notte”, nell’inferno di Auschwitz con Elie Wiesel

Spettacolo in occasione della Giornata internazionale della memoria e del settantesimo anniversario dalla liberazione di Auschwitz. Sul palco gli attori del teatro Sociale, con gli allievi dell' «Officina della creatività»

Sul palco per non dimenticare. Sul palco per ricordare i milioni di vittime, ebrei e prigionieri politici, che morirono nei campi di concentramento nazisti. Per il quindicesimo anno consecutivo, il teatro Sociale di Busto Arsizio commemora la Giornata della memoria, momento di riflessione istituito -come recita la legge 211 del 20 luglio 2000- «per ricordare le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, i cittadini italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che -anche in campi e schieramenti diversi- si sono opposti al progetto di sterminio, ed anche a costo della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati».

Nel solco di una tradizione che ha portato a indagare opere-simbolo della cosiddetta «letteratura concentrazionaria e memorialistica» (come il «Diario» di Anna Frank e «Se questo è un uomo» di Primo Levi) e storie emblematiche delle persecuzioni e del genocidio nazista (quali quelle di Simon Wiesenthal e dei venti bambini di Bullenhuser Damm), la regista Delia Cajelli, direttrice artistica della sala di piazza Plebiscito, volge quest’anno la propria attenzione al romanzo breve «La notte», scritto dal giornalista e novellista Elie Wiesel, premio Nobel per la pace nel 1986.
L’appuntamento, promosso dall’associazione culturale «Educarte» e inserito nella stagione cittadina «BA Teatro», si terrà martedì 27 gennaio, alle ore 21; nella stessa mattinata, alle ore 10.15, è prevista una replica per le scuole secondarie di primo e di secondo grado della città.
Sul palco saliranno gli attori del teatro Sociale, con gli allievi del progetto «Officina della creatività» di «Educarte»; luci e fonica vedranno all’opera Maurizio «Billo» Aspes.
La sofferenza che la vita nei campi di sterminio ha lasciato sul corpo e nell’anima degli internati, il problema del «male assoluto», la crisi della fede di fronte all’enormità dell’eccidio sono i temi che tessono la trama del romanzo «La notte», testimonianza tra le più lucide e drammaticamente sconvolgenti della Shoah.

Il testo, pubblicato a Parigi nel 1958 ed edito in Italia solo nel 1980, si configura come un diario, cupo e disperato, degli eventi occorsi agli ebrei di Sighet, piccolo centro della Transilvania, negli anni dal 1941 al 1945, cioè dalle prime avvisaglie di antisemitismo alla prigionia nei campi di concentramento, fino all’orrore della «marcia della morte». L’obbligo di indossare la stella gialla, gli editti di divieto a entrare nei caffè e nei ristoranti, la reclusione nei ghetti sono solo alcuni degli episodi narrati dall’autore ebreo romeno naturalizzato statunitense, prima di descrivere la propria esperienza di prigioniero nei luoghi infernali di Birkenau, Auschwitz e Buckenwald, lager dove vide morire i genitori e Zipporà, la sorella più piccola.

Elie Wiesel, appena quindicenne, sperimentò fame, sete, percosse, lavoro massacrante e sadiche torture. Assistette alla morte di donne, uomini e bambini (indimenticabili le pagine dedicate al piccolo «angelo dagli occhi tristi»). Vide padri e figli arrivare ad essere estranei, addirittura nemici, per una crosta di pane. Capì che la sola parola d’ordine di Auschwitz era «Lavorate o finirete nel camino!». Perse la sua fervente fede, di fronte alla scoperta del «male assoluto». Un male che rimase come cicatrice indelebile nella sua mente: «Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, -scrisse, infatti, l’autore- che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata. Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia fede. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai».

L’allestimento firmato da Delia Cajelli, con il quale si vuole ricordare anche il settantesimo anniversario dalla liberazione di Auschwitz, è interamente basato sulla parola, sulla «testimonianza»; i rumori della guerra, lo sferragliare del treno, l’insistente bussare alle porte del ghetto, il melanconico suono del violino e alcune canzoni yiddish come «Hevenu Shalom Zingt», «David Melech» e «O Ir Klejne Lichtelech» fanno da colonna sonora alla riduzione scenica del romanzo «La notte», con cui la regista bustese si era già confrontata nel 2011. La scenografia, fatta di pochi elementi come mucchi di gamelle e vecchi abiti, pone in evidenza la scritta «Arbeit macht frei» («Il lavoro rende liberi»), emblema stesso della Shoah, quale invito alla preservazione della memoria e dei suoi simboli. Un invito, questo, che l’associazione culturale «Educarte» intende rivolgere soprattutto agli «adulti di domani», perché, come scriveva Primo Levi, «ogni uomo civile è tenuto a sapere che Auschwitz è esistito, e che cosa vi è stato perpetrato», per far sì che l’orrore non si ripeta.

Il costo del biglietto è fissato ad euro 10,00. Il botteghino del teatro Sociale di Busto Arsizio, ubicato presso gli uffici del primo piano (ingresso da piazza Plebiscito, 8), è aperto nelle giornate di mercoledì e venerdì, dalle ore 16.00 alle ore 18.00, e il sabato, dalle ore 10.00 alle ore 12.00. Informazioni e prenotazioni telefoniche al numero 0331.679000 (dal lunedì al sabato, dalle ore 9.30 alle ore 12.30).

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 23 gennaio 2015
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