Michele Placido in scena all’Apollonio con “Re Lear”

L'attore sarà in scena questa sera, lunedì 26 gennaio, con l'opera teatrale di cui è anche regista. Appuntamento alle 21, biglietti ancora disponibili

Grande appuntamento a teatro: questa sera, lunedì 26 gennaio, alle 21, sul palcoscenico dell’Apollonio sarà in scena Michele Placido in “Re Lear” di William Shakespeare. L’attore e regista torna a proporre un’opera di Shakespeare. Come lui stesso ricorda infatti: «Ho frequentato Shakespeare nei più teneri anni dell’adolescenza, improvvisando rappresentazioni notturne per i miei compagni paesani (ricordo un “essere o non essere” finito con un gavettone d’acqua), iniziai la mia carriera proprio come attore nel ruolo del “muro” nel “Sogno di una notte di mezza estate” con la regia di Orazio Costa. Ho poi interpretato: il bastardo nel “Re Giovanni” con la regia di Fortunato Simone, Calibano ne “La Tempesta” con la regia di Sthreler, Petruccio ne “La Bisbetica Domata” con la regia di Dall’Aglio, MacBeth e Otello con la regia di Bellocchio e Calenda. Solo l’assidua frequentazione del mondo di Shakepeare in questi anni tormentati della nostra storia mi ha dato coraggio nel proseguire il cammino senza sorprendermi dell’orrore che noi uomini siamo capaci di scatenare…»

L’opera “Re Lear” infatti, esplora la natura stessa dell’esistenza umana: l’amore e il dovere, il potere e la perdita, il bene e il male. Racconta della fine di un mondo, il crollo di tutte le certezze di un’epoca, lo sgomento dell’essere umano di fronte all’imperscrutabilità delle leggi. All’inizio del dramma Lear rinuncia al suo ruolo, consegna il suo regno nelle mani delle figlie, si spoglia dell’essere Re, pilastro e centro del mondo, per tornare uomo tra gli uomini, rifarsi bambino e in pace “gattonare verso la morte”. Come un bambino pretende l’amore, Lear esige in cambio della cessione del suo potere, che le figlie espongano in parole i loro sentimenti per lui.

Ma Cordelia, la più piccola, sa che l’amore, il vero amore non ha parole e alla richiesta del padre può rispondere solo: “nulla, mio signore”. È questo equivoco, questo confondere l’amore con le parole, che, nel momento in cui le altre figlie si mostreranno per quello che sono, farà crollare Lear rendendolo pazzo. E con Lear è il mondo intero che va fuor di senno, la natura scatenata e innocente riprende il suo dominio, riporta gli uomini al loro stato primordiale, nudi e impauriti, in balia di freddo e pioggia a lottare per la propria sopravvivenza, vermi della terra. È qui che può cominciare un crudele cammino d’iniziazione: resi folli o ciechi per non aver saputo capire o vedere, Lear e il suo alter ego Gloucester, accompagnati da figli che si son fatti padri, giungeranno finalmente a capire e vedere. Il palcoscenico in cui si muovono i personaggi è la distruzione del mondo.

La storia di Lear è la storia dell’uomo, la storia di civiltà che si credono eterne ma che fondano il loro potere su resti di altri poteri, in un continuo girotondo di catastrofi e ricostruzioni, di macerie costruite su macerie. Scene in sé così vive e potenti da farci tornare alla mente una composizione poetica del ‘500 dal forte simbolismo: “Corpus Christis Carol” dal quale trasuda un fremito religioso che attraversa anche il testo shakespeariano. Da questo canto, tramandato nei secoli e rinnovato nella meravigliosa interpretazione di Jeff Buckley, la cui vita grottesca e drammatica ci ricorda personaggi come Edgar e il Fool, partirà la composizione della drammaturgia musicale, realizzata da Luca D’Alberto, che fonderà i profili di Cordelia con il Fool, del Fool con Lear, di Edgar con Gloucester, attraverso soluzioni armoniche e graffi timbrici.
Che cosa ha dunque senso in questa tragedia? Quale speranza possiamo trarre? Forse solo la conoscenza di che cosa sia l’uomo di fronte all’universo, raggiunta attraverso un percorso di spoliazione in cui l’amore e la solidarietà si mostrano nella loro essenza terribilmente umana. Forse solo a questo, ad aiutare la creazione di questa consapevolezza, mira tutta l’opera di Shakespeare, a patto però che gli spettatori non dimentichino mai di trovarsi a teatro, che non cadano nell’illusione di un altro mondo, che sempre vedano il muro dietro la scena di cartone.
Michele Placido, Francesco Manetti.

 

MICHELE PLACIDO in RE LEAR di William Shakespeare
REGIA DI MICHELE PLACIDO E FRANCESCO MANETTI
TRADUZIONE E ADATTAMENTO MICHELE PLACIDO E MARICA GUNGUI
CON GIGI ANGELILLO, FRANCESCO BONOMO, FEDERICA VINCENTI, FRANCESCO BISCIONE, GIULIO FORGES DAVANZATI, PEPPE BISOGNO, BRENNO PLACIDO, ALESSANDRO PARISE, MARTA NUTI, MARIA CHIARA AUGENTI,
MAURO RACANATI, BERNARDO BRUNO, GERARDO D’ANGELO

 

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di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 26 gennaio 2015
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