Omicidio Lidia Macchi, comunicato dell’avvocato

Pubblichiamo integralmente la nota originale di Daniele Pizzi, il legale che tutela gli interessi della famiglia

Riceviamo e pubblichiamo

COMUNICATO STAMPA
DELL’AVV. DANIELE PIZZI, DIFENSORE DELLA FAMIGLIA MACCHI, A SEGUITO DELLA NOTIZIA DELLA SPARIZIONE, DALL’UFFICIO CORPI DI REATO DEL TRIBUNALE DI VARESE, DELLA BORSETTA CHE LIDIA AVEVA CON SE’ IL GIORNO DELL’OMICIDIO

PREMESSA
Il presente Comunicato Stampa trae origine dalla notizia relativa alla scomparsa, dall’Ufficio Corpi di Reato del Tribunale di Varese, della borsetta che Lidia Macchi aveva con sé il giorno della sua scomparsa e che venne in seguito ritrovata accanto al suo corpo esanime. Tale notizia è stata riferita in data odierna al legale della famiglia Macchi, Avv. Daniele Pizzi del Foro di Milano, da parte della Dott.ssa Carmen Manfredda, Sostituto Procuratore presso la Procura Generale di Milano, quale titolare del procedimento (originariamente pendente presso la Procura della Repubblica di Varese) che nell’ottobre 2013 venne avocato a Milano. Con una missiva scritta nei giorni scorsi, il Presidente del Tribunale di Varese, Dott. Vito Piglionica, ha infatti informato la Dott.ssa Manfredda che le approfondite ricerche della borsetta effettuate presso l’Ufficio Corpi di Reato del Tribunale di Varese hanno purtroppo dato esito negativo, questo nonostante i registri ufficiali dicano che il reperto dovrebbe in realtà essere presente. Tali ricerche presero avvio a seguito di un’istanza dell’Avv. Pizzi che, dopo aver analizzato attentamente le fotografie della scena del crimine, si era accorto dell’esistenza di una borsetta che – incredibilmente! – per 28 anni non era mai stata sottoposta ad alcun tipo di accertamento tecnico-scientifico finalizzato ad individuare eventuali tracce lasciate dall’assassino. Ma vi è di più: la missiva del Presidente Piglionica riferisce anche che questo e altri reperti (anche non relativi al caso Macchi) risultavano mancanti già nel 2008, anno in cui l’Ufficio Corpi di reato fu oggetto di un’ispezione ministeriale. Questa notizia segue quella – emersa qualche mese fa – relativa alla distruzione sia degli abiti indossati da Lidia Macchi al momento dell’omicidio che dei vetrini contenenti alcune striscette di liquido seminale dell’assassino. Tale distruzione venne disposta nell’ottobre 2000 dal GIP del Tribunale di Varese con un provvedimento che l’Avv. Pizzi non ha esitato a definire sin da subito “abnorme” e “giuridicamente infondato”. Da ultimo, nei mesi scorsi era emerso che non vi era più alcuna traccia nemmeno del sedile dell’auto di Lidia, anch’esso a suo tempo repertato e sequestrato in quanto macchiato di sangue.

La famiglia di Lidia Macchi ha appreso con estrema incredulità l’ennesima, inspiegabile, stranezza legata alle indagini sulla morte della loro cara. Dopo aver saputo soltanto pochi mesi fa che il GIP del Tribunale di Varese nell’ottobre 2000 aveva illecitamente disposto la distruzione degli abiti indossati dalla ragazza il giorno dell’omicidio e i vetrini contenenti il liquido seminale del suo assassino, la notizia del mancato ritrovamento, presso l’Ufficio Corpi di Reato del Tribunale di Varese, anche della borsetta che la ragazza aveva con sé la sera del 5 gennaio 1987, si tinge di un profilo a dir poco inquietante. Sebbene le risultanze di alcune indagini difensive ci avevano già preannunciato questo infausto esito (la sparizione della borsetta), fino all’ultimo abbiamo mantenuto la speranza che la stessa potesse in qualche modo essere ritrovata. La comunicazione ufficiale con cui il Presidente del Tribunale di Varese ha informato la Procura Generale di Milano dell’inspiegabile assenza del reperto dagli archivi dell’Ufficio Corpi di Reato, ci ha invece posto di fronte all’evidenza dei fatti. Come difensore della famiglia Macchi sono rimasto attonito e incredulo dinanzi a questo ennesimo deficit del sistema giudiziario. Sono furente: a questo punto davvero mi chiedo dove era e cosa faceva la Procura di Varese mentre, soltanto qualche piano più sotto, negli uffici del Tribunale, i reperti sparivano o venivano arbitrariamente distrutti senza alcun fondamento giuridico e processuale! Non solo per 28 anni la Procura di Varese non ha saputo dare un nome all’assassino di Lidia, ma nemmeno è stata in grado di preservare i reperti che ora avrebbero potuto consentire alla famiglia di sopportare dolori su dolori.

Ho ovviamente dovuto comunicare questa notizia alla famiglia di Lidia, per la quale si è comprensibilmente trattato di un dolore nel dolore: l’ennesima, durissima, prova che i genitori, il fratello e la sorella di Lidia si trovano immeritatamente chiamati ad affrontare oggi, trascorsi 28 anni senza che sia mai stato individuato il responsabile della sua morte. Soltanto l’incrollabile Fede che li sostiene sta consentendo loro di affrontare tutta questa vicenda con una serenità non certo comune a questo mondo. Credo però che la misura sia colma e che sia davvero troppo chiedere alla famiglia di sopportare dolori su dolori.

Quello che sta accadendo all’interno del Palazzo di Giustizia di Varese sta assumendo i contorni di una gravità allarmante e inaudita. A questo punto è evidente che non possiamo restare alla finestra ad assistere a continue sparizioni di reperti senza dire o fare alcunché. Come difensore della famiglia di Lidia ho un dovere giuridico, oltre che morale, di attivarmi affinché sia fatta piena luce sulla sparizione dei reperti. Non dimentichiamo infatti che, oltre alla borsetta, è incredibilmente scomparso anche il sedile, macchiato di sangue, che gli inquirenti avevano sequestrato staccandolo dalla Fiat Panda di Lidia nei giorni successivi il suo ritrovamento. Infine, da una serie di indagini difensive ancora in corso, stanno emergendo molti altri particolari a dir poco inquietanti: insieme a quanto già accertato finora, saranno oggetto di una relazione che invierò alla Procura Generale di Milano e al Ministero della Giustizia affinché sia fatta piena luce su quello che è accaduto e su quanto sta accadendo all’interno del Palazzo di Giustizia di Varese. Nonostante tutte queste coincidenze, non voglio neanche lontanamente prendere in considerazione l’idea che dietro tutto questo ci possa essere una sorta di regia occulta, anche se questa ipotesi continua a lambirmi la mente. A prescindere da questo, è in ogni caso evidente che siamo in presenza di una serie di negligenze o imprudenze da parte di chi aveva il compito di preservare quei reperti e non lo ha fatto. Queste non possono ora essere sottaciute: se vi sono delle responsabilità è venuto il momento di accertarle. La Giustizia deve delle risposte alla famiglia di Lidia, ora più che mai.

Milano, 22 gennaio 2014.
Avv. Daniele Pizzi difensore della famiglia di Lidia Macchi 

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 22 gennaio 2015
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