Sami Modiano: “Perché essere ebreo è una colpa?”

Deportato ad Auschwitz dai nazisti insieme a tutta la comunità ebraica di Rodi, è l'unico sopravvissuto della sua famiglia. «Ho 83 anni, ma domani sarete voi a fare in modo che questo non succeda più perché siamo tutti fratelli, tutti uguali, tutti figli di Dio, senza alcuna differenza»

abbraccio sami modiano

«Mia sorella Lucia era al di là del filo spinato che a Birkenau divideva gli uomini dalle donne. Quando mi vide fece il gesto di abbracciarmi». Sami Modiano ripete quel gesto più volte, chiedendo agli studenti del Liceo scientifico Marie Curie di Tradate di abbracciarlo a loro volta. «Io ho 83 anni, ma domani sarete voi a fare in modo che questo non succeda più perché siamo tutti fratelli, tutti uguali, tutti figli di Dio, senza alcuna differenza».
Modiano si asciuga le lacrime in un silenzio irreale che sovrasta i trecento ragazzi che ascoltano sgomenti. Quando fu deportato nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, dove ha perso tutta la sua famiglia, era più piccolo di loro, aveva solo tredici anni e dentro di sé il ricordo di un’infanzia felice vissuta nell’isola delle rose, così veniva chiamata Rodi, che durante il fascismo era italiana.

LE LEGGI RAZZIALI E L’ESPULSIONE DA SCUOLA
La comunità ebraica sefardita dell’isola
era la sua seconda famiglia, 2.500 persone che vivevano in fratellanza, cinque sinagoghe e una vita spensierata fino a quando nell’autunno del 1938 entrarono in vigore le leggi razziali. «Mi chiamò il maestro – racconta l’uomo – e mi disse che ero espulso, nonostante non avessi commesso nulla di male e che mio padre mi avrebbe spiegato».

Come per molti altri ragazzi cacciati dalla loro scuola per il solo fatto di essere ebrei, anche per il piccolo Sami, che all’epoca aveva 8 anni, il dolore per quella esclusione incomprensibile fu profondo, inconsolabile. «Quella mattina, a Rodi, mi ero svegliato come un bambino. La sera mi addormentai come un ebreo. Ancora oggi non l’accetto. Perché essere ebreo è una colpa? Lo chiedo a voi: sono diverso da voi? Tra me e voi non c’è alcuna differenza, però cari ragazzi è successo. Da allora in poi non ho potuto più studiare e mio padre non ha potuto più lavorare».

Nell’ottobre del 1943, dopo l’armistizio, a Rodi sbarcano i tedeschi che occupano l’isola, porto strategico per raggiungere il continente africano. I nazisti iniziano tutte le operazioni per deportare la comunità ebraica nei campi di sterminio. I capifamiglia vengono catturati con l’inganno e il 18 luglio del 1944 inizia la deportazione di massa su imbarcazioni usate per il trasporto animale. Su una di quelle barche ci sono anche il tredicenne Sami, il padre Giacobbe e la sorella Lucia. Alla madre Diana, morta nel 1942 di malattia, verrà risparmiata tutta quella violenza. «Ci buttarono nelle stive, 500 persone per ogni barca – racconta Modiano -. Donne, qualcuna era incinta, adulti, vecchi e bambini. A disposizione avevamo solo cinque secchi d’acqua e un bidone vuoto per i bisogni».

DESTINAZIONE AUSCHWITZ

Il trasbordo fino al Pireo, sotto una calura insopportabile, dura una settimana, alcuni non arriveranno mai a destinazione perché uccisi dal caldo e dalla sete, i loro corpi vengono gettati in mare. Il 3 agosto gli ebrei di Rodi vengono caricati su un treno, novanta persone per vagone con destinazione Auschwitz-Birkenau. Il viaggio durerà in tutto un mese, il più lungo mai organizzato dai nazisti per deportare una comunità ebraica. «Sentivo piangere e nessuno si preoccupava del fatto che il convoglio restava fermo per molte ore sotto il sole cocente. “Tanto devono morire” dicevano i tedeschi».

Il 16 agosto gli ebrei di Rodi arrivano sulla rampa della morte ad Auschwitz e quando scendono dal treno cercano di restare uniti. I genitori non lasciano i figli e lo stesso fa Giacobbe Modiano che stringe a sé Sami e Lucia. «I tedeschi dividevano gli uomini dalle donne e quelle che avevano con sé i bambini piccoli, che spesso venivano strappati dalle loro braccia, venivano avviate alle camere a gas. Andare a sinistra significava morire, una fine orrenda, una sofferenza che durava un tempo infinito, mentre a destra era la vita provvisoria. Eravamo arrivati all’inferno e i nostri occhi hanno visto cose crudeli e orrende che voi non potete nemmeno immaginare. Esiste una spugna per cancellarle?».

Sami e il padre Giacobbe vengono assegnati a due baracche diverse. Una fetta di pane e una ciotola d’acqua sporca per stare in piedi, due stracci per coprirsi e un paio di zoccoli di legno, ogni giorno lo stesso lavoro duro e ripetitivo. L’unica consolazione per il ragazzo è la visita serale al padre. «Tu ce la devi fare, devi resistere» è la frase che Giacobbe ripete al figlio ad ogni loro incontro fino alla sera in cui gli annuncia che ha deciso di andare in infermeria, decisione che vuol dire morte sicura nella camera a gas.

LA SALVEZZA
Sami è solo, da giorni non vede più la sorella Lucia, finita nelle camere a gas. I tedeschi hanno ormai perso la guerra e si preparano a far sparire le prove dello sterminio e a evacuare il campo con quella che passerà alla storia come la “marcia della morte”. Il ragazzo pesa 25 chili, si regge a malapena sulle gambe e sa che per quelli che non ce la fanno c’è solo il colpo di grazia, ma il destino gli riserva un finale diverso. Quando cade a terra stremato e attende rassegnato l’arrivo dei suoi assassini, due sconosciuti, che lui chiama angeli, lo sollevano per le braccia e per le gambe e lo trasportano fino a una montagna di cadaveri, accanto alla quale il suo corpo viene adagiato. Sami giace per ore accanto alla morte, ma è solo svenuto per la fatica, mentre il suo cuore di tredicenne continua a battere con la forza disperata di chi deve mantenere una promessa per la vita. All’arrivo dei soldati sovietici riceve le cure che gli restituiscono le energie sufficienti per rimettersi in cammino verso la libertà.

Oggi Sami Modiano vive tra Ostia e Rodi, durante l’inverno gira per le scuole italiane a raccontare l’orrore vissuto nei campi di sterminio, mentre d’estate si trasferisce nell’amata isola, oggi territorio greco, per tenere viva la presenza ebraica e perpetuare il ricordo di Giacobbe, Lucia e di tutti quelli che non sono più ritornati.

 

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Pubblicato il 26 gennaio 2015
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