Il liceo classico sta morendo o lo stanno facendo morire?

Vivace dibattito alla Sala Montanari dove si è affrontato il futuro di questo percorso liceale. Netta contrapposizione tra la visione accademica e la prospettiva del mondo del lavoro

convegno

«Il liceo classico è l’unico che fa fare traduzioni, che altro non sono che la capacità di interpretare le parole. Ecco perché lo si vuole far morire: si vuole una scuola che formi menti docili, pronte a uniformarsi»

«La scuola deve mettere i ragazzi in connessone con il mondo del lavoro, altrimenti creerebbe solo un esercito di illusi disadattati».

Il dibattito andato in scena questo pomeriggio, martedì 28 aprile, in sala Montanari ha messo a nudo il vero conflitto che sta lacerano il mondo della Cultura. A interpretare le due anime in contrapposizione sono stati il professor Adolfo Scotto di Luzio, professore all’università di Bergamo, e l’ingegner Michele Graglia, presidente di Liuc con un ruolo in Confindustria.

Invitati dai dirigenti del liceo classico Cairoli di Varese Salvatore Consolo e Crespi di Busto Cristina Boracchi, i due relatori hanno rappresentato le  anime del dibattito vivace che da anni si sente attorno al futuro della scuola.

« Dopo il raggiungimento della piena scolarità degli aventi diritto ottenuto nel 1985 – ha esordito Scotto Di Luzio – dagli anni ’90, la Scuola è alla ricerca del suo nuovo mandato. La società ha perso i suoi punti di riferimento e non ha identificato il ruolo del mondo dell’istruzione. I governi che si sono succeduti, però, hanno lanciato un messaggio chiaro: occorre la omogenizzazione dei saperi, creare menti docili pronte a rispondere alle esigenze del mono del lavoro. E, in quest’ottica, si colloca l’alternanza scuola – lavoro dove i ragazzi in formazione vengono mandati a fare esperienze lavorative. Ma non è questo il loro mondo, il loro percorso è di formazione con la ricerca del sé e la visione del proprio futuro. In questo processo, il liceo classico si è messo di traverso, con la sua impostazione, con la sua attenzione all’analisi e al ragionamento, con il suo compito di farsi interprete delle parole e dell’agire dell’uomo. Il tentativo progressivo, quindi, è stato quello di indebolire questo percorso, renderlo confuso e oscuro».

Gli insegnanti, dunque, rivendicano la loro autonomia di formatori liberi perché solo dalla libertà può scaturire la vera essenza. Un discorso che, però, cozza contro le richieste di un mondo del lavoro che ha bisogno di figure in grado di rispondere alle  esigenze dettate dalla globalizzazione : « La scuola non deve ubbidire a nessuno – ha esordito Michele Graglia in netto disaccordo –  ma è certo che occorre pensare alle nuove regole del gioco per arrivare a coprire tutte le posizioni di cui un Paese ha bisogno per competere a livello internazionale secondo i nuovi paradigmi. Io non sminuisco la necessità di un liceo classico che formi la capacità di analisi e di interpretazione ma non tutti ricoprono ruoli apicali in azienda. Se i ragazzi non si confrontano a viso aperto con il lavoro rischiano di soccombere nella competizione con i coetanei stranieri che, sicuramente, sono meglio preparati dal punto di vista tecnico. Sono convinto che i cambiamenti hanno colpito molto di più i licei rispetto agli istituti tecnici e professionali, i quali non hanno perso di vista l’obiettivo. Gli studi umanistici sono importanti perché ti aprono a strade infinite. Ma preparare a un lavoro, oggi come oggi, è un dovere civile per non creare un mondo di illusi».

Davanti a una platea scarna, si è affrontato il nodo vero del futuro della scuola. la società è chiamata a dare una nuova vocazione alla Scuola che dagli anni ’90 ha concluso «la sua funzione pedagogica assegnatale dal Risorgimento » come ha ricordato Scotto Di Luzio

Al convegno ha presenziato il direttore dell’Ufficio scolastico Claudio Merletti che ha ricordato come, nella nostra provincia, la crisi del classico non sia drammatica come in altre zone dell’Italia ma che occorra agire con sollecitudine per non trasformare una situazione preoccupante in un’emergenza. I motivi del valore del liceo sono stati poi riassunti dal professor Andrea Baldo, dell’Università degli Studi di Torino, che ha ribadito il valore degli insegnamenti umanistici capaci di dare gli strumenti interpretativi dell’agire umano.

Ritorna, dunque, la contrapposizione: scuola come tempo libero di crescita o percorso di formazione al lavoro?

di alessandra.toni@varesenews.it
Pubblicato il 28 aprile 2015
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