Dalle farfalle agli agriasilo. I nuovi agricoltori sono fantasiosi e bio

Sono sempre più i giovani in provincia che si avvicinano all'agricoltura. Tra le ragioni di questa scelta non solo la ricerca di un lavoro ma anche di una migliore qualità della vita

Debora Armiento

Coltivano frutti di bosco, ortaggi e patate senza ricorrere alla chimica. Curano i loro frutteti come se fossero giardini dell’eden e allevano bestiame stando attenti alla qualità e al benessere dei loro animali. Trasformano il latte in formaggi e yogurt e vendono i prodotti informando i clienti con newsletter e post sui social network. È la nuova generazione di agricoltori varesini, una new wave green dai numeri interessanti in linea con la tendenza a livello nazionale. Solo nel 2015 i contadini under35 in Italia sono cresciuti del 12% (fonte Coldiretti) e si stima che durante l’estate saranno almeno 200mila i giovani occupati nel settore, grazie anche al sistema dei voucher.

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«Nella nostra provincia sono molti i giovani che si avvicinano all’agricoltura – dice Francesco Renzoni, direttore di Coldiretti Varese -. Questo boom ha diverse motivazioni, certamente la ricerca di un lavoro a cui si aggiunge la scelta di una vita migliore per qualità e ritmi. Inoltre, rispetto al passato un agricoltore oggi puo’ coltivare, trasformare e vendere i prodotti agricoli direttamente nei nostri mercati, creando uno sbocco commerciale che prima faticava ad avere».

I nuovi agricoltori non difettano certo di fantasia. Oltre al canonico agriturismo, si aprono allevamenti di farfalle, agrigelaterie e anche agriasili. Spesso è una scelta dettata dalla ricerca di un modello di vita più salubre e meno frenetico come spiega Deborah Armiento (foto sopra), biologa che ha fondato l’azienda “La zucca di Cenerentola”. Nel suo orto sinergico a Ispra coltiva frutta e verdura certificata biologica che poi trasforma in conserve, salse e succhi di frutta. «Ero stanca di fare la pendolare a Milano – racconta Deborah – e soprattutto di fare la manager in una grande multinazionale. Non era vita».

Il mercato del biologico fa registrare numeri interessanti in tutto il mondo. A partire dal 1999 è cresciuto esponenzialmente così come sono cresciuti gli ettari di terra coltivati biologicamente (44milioni), praticamente quadruplicati negli ultimi 15 anni, per un fatturato globale di 80 miliardi di dollari. In Italia c’è ancora spazio per crescere perché le terre con colture biologiche sono circa il 10% del totale, cioè 1 milione e 317mila ettari. Siamo il quarto paese con il maggior incremento e uno dei maggiori produttori di cereali biologici con 191mila ettari.

Sono però gli Stati Uniti ad avere la grossa fetta di mercato (24 milioni di dollari), mentre l’Europa piazza sul podio Germania (7,6 miliardi) e Francia (4,4 miliardi), in attesa dell’exploit cinese oggi quarto produttore bio con un mercato di 2,4 miliardi dollari. (fonte, Fibl & Ifoam: The World of Organic Agriculture 2015)

«La crescita del biologico – spiega Renzoni – è un fatto culturale e dipende dal mutato atteggiamento dei consumatori e dei coltivatori. Si usa sempre meno la chimica perché c’è una maggiore consapevolezza sull’inquinamento e i rischi per la salute e anche perché costa».

La passione e la buona volontà dei giovani agricoltori varesini non sempre sono sufficienti a garantire un adeguato guadagno. La redditività, a fronte delle ore lavorate, è infatti scarsa e quindi viene sollecitata l’introduzione di un contributo per sostenere il settore, come avviene nel vicino Canton Ticino, simile per conformazione del territorio alla nostra provincia. «Come Coldiretti – conclude Renzoni – condividiamo questa richiesta. Molte aziende agricole danno un contributo importante al mantenimento del territorio soprattutto nelle valli e nelle aree montane dove a causa dello spopolamento è diminuita la manutenzione di boschi e fondi agricoli con un evidente esposizione al rischio di dissesto idrogeologico».

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Pubblicato il 06 agosto 2015
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