I Nuju in concerto ad Anche io: “Entrate nel nostro circo musicale”

Dopo aver aperto il concerto di Manu Chao, il gruppo arriva in provincia per una delle serate di Anche Io. Appuntamento venerdì 28 agosto, ingresso libero

nuju band

Saranno i Nuju ad aprire le serate musicali dell’undicesima edizione di Anche Io, la festa di VareseNews in programma il 28, 29 e 30 agosto. La formazione nata a Bologna ma di origini calabresi, torna in provincia di Varese per una data del suo “Urban Box Tour”: un live definito da loro stessi “un putiferio energy/dance”, in cui scoprire l’anima folle del gruppo.

Reduci del palcoscenico di Manu Chao, dove hanno aperto il concerto, i Nuju stanno portando la loro musica in tutta Italia e la tappa ad Anche Io sarà una nuova occasione per sentire dal vivo pezzi come “Disegnerò”, “Zingara”, “Voci di Marinai” fino ai dell’ultimo disco. Sul palco Fabrizio Cariati voce, synth, chitarra, Marco Ambrosi chitarre e cori, Giuseppe Licciardi basso e cori, Stefano Stalteri batteria e cori, Roberto Simina percussioni, synth e cori. La serata è ad ingresso libero e si terrà anche in caso di pioggia, sotto il tendone coperto. Dalle 21,30. Il giorno dopo, sabato 29, concerto di Gamba The Lenk e dei The Black Beat Movement. 

Iniziamo dalle ultime novità: come è stato suonare sul palcoscenico di Manu Chao?
«E’ stata una gran bella esperienza condividere lo stesso palco con un ‘artista internazionale di questo livello. La cosa bella è stato anche farlo nella nostra terra d’origine, la Calabria, insieme ad altri cinque artisti calabri (Federico Cimini, Marvanza, Musicanti del Vento, VillaZuk e Spasulati); viviamo a Bologna da tanti anni ma sicuramente ci sentiamo degli artisti calabresi e cerchiamo di portare le cose buone della nostra terra in tutta Italia. Un’altra bellissima sensazione è stato suonare di fronte a diecimila persone che reagivano alla nostra musica, le prime file cantavano le canzoni e l’energia che arrivava dal pubblico è stata grandiosa. Abbiamo suonato anche di fronte a pubblici più vasti (150000 persone prima di Ligabue a Campovolo), ma questa è stata la prima volta che abbiamo sentito il pubblico anche “nostro”».

Vi siete incontrati a Bologna ma siete calabresi, come nasce il gruppo?
«Tutti noi suonavamo in altri progetti più o meno importanti per la scena musicale cittadina e ci conoscevamo già sia per motivi di provenienza che di esperienze condivise. Alla soglia dei trent’anni, quando abbiamo deciso di fare sul serio con la musica, ci siamo scelti e abbiamo creato i Nuju, il nostro progetto della maturità con il quale speriamo di arrivare alla pensione…»

Cosa significa Nuju?
«Nuju significa Nessuno nel dialetto calabrese del basso tirreno. Abbiamo scelto di chiamarci con questo nome prima di tutto per il rimando ad Ulisse e a tutti i viaggiatori che abbandonano il luogo d’origine ma si sentono sempre legati alla propria terra, viaggiatori che cercano sempre nuove esperienze senza mai dimenticare le origini. Inoltre c’è un rimando al concetto pirandelliano di individualità e collettività, noi come Vitaliano di “Uno, Nessuno, Centomila” rappresentiamo con il nostro progetto l’unità e la molteplicità dell’uomo alla ricerca di se stesso e della realizzazione nella società. Infine Nessuno perché il nostro suono e le nostre canzoni non vogliono seguire un’unica strada ma tante vie sonore all’interno del contenitore della “popular music”».

Siete parte del progetto Musica contro le Mafie, ce lo raccontate?
«Il progetto Musica contro le Mafie è nato ormai sei anni fa con una conferenza su questo tema, diventando poi un contest e ancora, grazie soprattutto al lavoro della nostra etichetta MK Records, un libro-cd, un dvd e un’associazione. Tutto questo per sensibilizzare i ragazzi sul tema della legalità grazie alle testimonianze di musicisti di ogni tipo e genere, infatti spesso sono stati fatti incontri nelle scuole, luogo che riteniamo più idoneo per parlare di questi temi».

State girando tutta Italia con il vostro tour da diverso tempo, come ci potete raccontare il Paese che vedete oggi?
«Nell’ultimo tour ci siamo resi conto che molte cose sono cambiate nell’Italia che giriamo. Possiamo dirvi che dal punto di vista musicale la gente ha sicuramente meno soldi e quindi fa più fatica ad uscire per andare a vedere i concerti e bere una birra, dunque si fa molta più selezione e quando si fa troppa selezione si scelgono le strade sicure. Un po’ questo vale per tutti gli ambienti. Ma sopratutto l’Italia di oggi è un’Italia superficiale, sempre più attaccata alla comunicazione smart che lascia tutto sospeso in una nuvola e i concetti profondi che hanno bisogno di essere approfonditi vanno nel dimenticatoio. La persone per noi sono animali sociali e non animali “social”, hanno bisogno di stare insieme, vedersi e toccarsi, anche per questo noi insistiamo a salire sul furgone e andare a fare concerti in tutta Italia, malgrado alcune volte le spese siano eccessive, perché c’è bisogno incontrarsi.

Leggendo i vostri testi si scorge una forte ricercatezza. Quanto la letteratura è importante e fonte d’ispirazione per la vostra musica?
«La letteratura è sempre una base importante da cui partire per scrivere i testi, insieme a tutto ciò che riguarda la vita vissuta e le cose ci accadono. Il nostro primo brano, “Voci di marinai”, è nato proprio grazie allo scambio di un libro, “Marinai Perduti” di Izzo. Spesso nelle nostre canzoni qualcuno trova rimandi anche ad altri scrittori, a Pavese, a Calvino e, anche se non ci sono riferimenti diretti, in effetti ogni tanto discutiamo tra noi su alcuni temi che poi ricadono nelle canzoni. In ogni caso è sicuramente più forte l’influenza di ciò che vediamo ogni giorno intorno a noi e che poi decliniamo insieme a tutte le nostre influenze».

L’ultimo disco, Urban Box, sembra arrivare dopo un percorso di tre tappe (anche le copertine raccontano una storia). Come è nato questo ultimo disco? Rappresenta l’inizio di un nuovo percorso?
«Questo disco per noi è come se fosse il secondo vero album, perché i primi tre rappresentavano una trilogia dedicata alla nostra generazione, raccontata attraverso precarietà (“Nuju”), frenesia (“Atto Secondo”) e indignazione (“3° (mondo)”), ed in soli tre anni, un disco all’anno. Per Urban Box ci siamo presi più tempo e abbiamo realizzato un disco rivolto più verso l’interno che verso l’esterno, un disco più introspettivo, che a livello sonoro è stato anche influenzato dal fatto che fosse uscito dalla band il nostro fisarmonicista e dall’utilizzo di sonorità più elettrico/elettroniche. In realtà non è l’inizio di un nuovo percorso ma un’evoluzione che ancora non sappiamo dove porterà ma che siamo certi vedrà percorrere sempre nuove strade».

Ci sono dei cantautori particolari che hanno influenzato la nascita della vostra musica?
«Quando è nato il progetto non abbiamo voluto indicare nessun tipo di musica o di artista come ispirazione, l’unico nome che venne fuori era quello di Rino Gaetano, per la sua capacità di uscire fuori dagli schemi e per la sua ironia. Ancora oggi noi crediamo che è l’unico artista che può essere volutamente associato alla nostra musica, con tutte le differenze relative alle epoche diverse».

Anticipateci quello che potremmo vedere sul palco della festa di VareseNew?
«L’Urban Box tour è incentrato nella prima parte sui brani nuovi, poi si passa a una parte centrale più rock e alla fine succede il putiferio energy/dance, in cui tutto il pubblico deve lasciarsi trascinare nelle nostre follie sonore e nel nostro circo musicale. Provare per credere…».

di adelia.brigo@varesenews.it
Pubblicato il 24 agosto 2015
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