Noi e i rifugiati

La realtà dei rifugiati o dei migranti non è più un’emergenza, è una condizione di questa fase storica che coinvolge in modo diretto l’Europa. Iniziamo a progettare anziché aver paura

Emigranti

Che ci piaccia o meno fa poca differenza. La realtà dei rifugiati o dei migranti non è più un’emergenza, è una condizione di questa fase storica che coinvolge in modo diretto l’Europa. C’è anche da credere che durerà a lungo perché sono anni che i conflitti a due passi da casa nostra non trovano soluzione. Solo in Siria sono morte 250mila persone e metà del paese è distrutto. Per non parlare dell’Iraq, della Libia e di tante altre comunità.

Chi può scappa da quelle terre. Scappa dalla paura, dalla violenza, dall’idea che nulla potrà cambiare in tempi brevi. Non è la povertà, e nemmeno chissà quale speranza di avanzamento sociale o economico a far affrontare i rischi di un’odissea spesso drammatica.

Ci vorrà tempo e tanta volontà per cambiare l’attuale scenario geopolitico. Il mondo è diventato complesso e per di più molto interconnesso. Le persone reagiscono come possono e chi viveva nelle zone dei conflitti prova a scappare.

Questa è la loro situazione. La nostra è ben differente. Possiamo così gridare, possiamo così sperare che non ci riguardi, possiamo così continuare a dire “prima vengono gli italiani”. Intanto ogni giorno arrivano migliaia di uomini, donne e bambini. A nessuno piace questa situazione. Nessuno resta tranquillo di fronte a questa tragedia, ma pensare di vederla risolta solo grazie al fatto che se ne occuperà qualcun altro, non solo è inutile, ma è anche disumano.

Ci riguarda tutti. Riguarda tutto il nostro continente e le nazioni che lo compongono, e l’Europa se ne dovrà far sempre più carico. Intanto però resta la domanda su cosa fare noi.

E allora forse non è meglio guardare a questa nuova realtà con occhi diversi? Non è forse meglio cercare soluzioni che non fondino le proprie radici nell’emergenza, ma in una progettualità che riguardi in modo più serio le persone in stato di bisogno? È mai possibile che dobbiamo assistere quotidianamente a comunità che si ribellano al fatto che arrivino i “profughi” a casa loro?

Chi specula su questa crisi per meri calcoli di bottega farà i conti con la storia oltre che con la propria coscienza.
Per un momento proviamo anche a lasciar fuori dalla porta i valori che dovrebbero caratterizzare la nostra civiltà. Si fa un po’ fatica per la verità perché verrebbe facile citare il vangelo di Matteo quando nel giorno del giudizio finale Dio giudicherà solo dai gesti d’amore per il proprio prossimo, “io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”.

Oggi, qui, in casa nostra, far questo significa mettere in campo energie e risorse pensando a progetti che valorizzino le vite umane e non le vivano solo come emergenze da risolvere da un’altra parte.

Perché non iniziamo a pensare a piccoli progetti che permettano un inserimento meno problematico dei rifugiati? Questo è possibile se ognuno si mettesse a fare la propria parte con responsabilità. La politica ha il compito di trovare soluzione, ma anche ascoltare e progettare con le comunità. Gli amministratori potrebbero pensare spazi, ma soprattutto occupazioni socialmente utili. I cittadini farsi parte di questi processi in modo attivo provando a conoscere prima di giudicare e basta.

Sono proprio le lenti e le luci che usiamo a permettere di guardare in modo diverso la vita, tanto più se quel che dobbiamo vedere ci piace poco e magari ci fa anche un po’ paura. Proviamo a spostare l’angolo e magari scopriremo che la presenza di piccole comunità di rifugiati dentro comunità più grandi non sono poi un grande problema, ma anzi potrebbero diventar opportunità per migliorare anche la nostra vita di tutti i giorni. Sul lago d’Iseo Legambiente ha gestito un progetto per tener pulite le rive del lago. In giro per l’Italia ci sono altre esperienze positive. Costruiamo percorsi simili. Ci vorrà lo sforzo di tutti, ma si può riuscire.

Che umanità è quella che vorrebbe voltarsi da un’altra parte di fronte al dramma dei propri fratelli vicini?

Lo Stato deve fare una parte importante, ma possiamo iniziare anche nel nostro piccolo a costruire anziché far passare solo la paura. Noi siamo fortunati a vivere in Italia. È un paese meraviglioso e ricco di tutto, anche quando sembra che tutto vada male. Molta della bellezza che abbiamo però non è nostro frutto diretto, c’è stata lasciata in eredità. Questo vale anche per la pace, che è la condizione più importante per una vita serena. Possiamo restituire parte di questa grande fortuna senza dover rinunciare a quasi niente. Farlo non è solo un gesto buono, ma è un gesto che conviene a tutti.

di marco@varesenews.it
Pubblicato il 24 agosto 2015
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Commenti

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  1. Scritto da sergio_moia

    Condivido interamente il tuo editoriale. Finalmente un quotidiano che non si limita a registrare le posizioni della politica, magari anche amplificando quelle più becere, ma ci mette la faccia. Ancora meglio se lo fa con la saggezza e la lungimiranza che hai messo nel tuo articolo.

    Sergio Moia

  2. Scritto da assurdo

    la maggior parte vi ricordo sono clandestini, cosa ben diversa e andrebbe rispediti seduta stante indietro!
    oppure volete aiutare tutti siccome siete così buoni e in cambio volete ricevere un blocco stradale di ore come quello ieri a bresso a milano da parte di sta gente? oltre a essere pagata e ospitata si lamentano… cose dell’altro mondo