“Non diamo ascolto agli intellettuali da salotto”

Dopo le venti nomine ai più importanti poli museali italiani, si è scatenata una polemica per la scelta di sette stranieri. Vicentini e Castiglioni intervengono sul tema

Arte generiche

Sette direttori non italiani su venti e si scatena la polemica.

Il giorno dopo le nomine ai vertici dei venti museali più importanti tutti i giornali, o quasi, mettevano in evidenza la novità dando poi subito voce alle dure critiche. Sgarbi e Daverio in testa hanno riempito la cronaca odierna attaccando le scelte del ministro.

Una delle obiezioni mosse è quella della mortificazione della italianità, ovvero del fatto che abbiamo tanti bravi professionisti e quindi non si capisce bene perché si debba far ricorso a direttori “stranieri”.
Il ministro ha replicato dicendo che sono stati scelti venti direttori europei e non stranieri, ma al di là delle parole, il dibattito è aperto.

Secco il commento di uno dei nostri maggior artisti. Giorgio Vicentini ironico scrive: “Ma per favore, non diamo ascolto a questi intellettuali da salotto con le calze di cachemire e le scarpe di cervo. Il mondo gira e gira molto forte per fortuna!”

Alessandro Castiglioni, gallaratese, lavora al MaGa dopo aver avuto alcune esperienze internazionali, sostiene che sono diversi gli italiani che ricoprono ruoli importanti all’estero. “I primi che mi vengono in mente, oltre al Louvre sono Paola Antonelli a New York, Lorenzo Benedetti ad Amsterdam, Luca Lo Pinto a Vienna…”
Castiglioni non ci gira intorno ed esprime in modo chiaro il suo pensiero, “penso poi a molti cialtroni che parlano sui giornali e non hanno nemmeno mai avuto alcun incarico istituzionale internazionale di rilievo, perché sono legati agli amici degli amici degli amici politici o della TV che per tanti anni è stata la stessa cosa. E ancora oggi a quei cialtroni chiediamo pareri.

Non sappiamo se questi direttori faranno bene ovviamente, ma uno sguardo internazionale sulle collezioni, sui modi di operare e di pensare il museo è una ricchezza enorme da sfruttare. Solo un retrogrado sguardo di chi non ama per davvero i musei, ma solo i meccanismi di auto-rappresentazione, vorrebbe “i musei italiani agli italiani”. Ma poi perché? Ma chi sono questi opinionisti da due soldi? Chi questi difensori della patria? Il nostro sguardo e sforzo dovrebbe essere rivolto ad un confronto internazionale di servizi, di attenzione a come e perché le opere si espongono, verso cosa i musei che abbiamo vogliono raccontare del nostro passato e di noi oggi. Un “noi oggi” che non sta nei confini di una città di una regione o di una nazione, ovviamente”.

Interessante, per farsi un’idea sul tema con dati e numeri, è l’articolo che aveva pubblicato Wired a febbraio a firma del giornalista Riccardo Saporiti.

Il dibattito non si ferma qui e torneremo a parlarne anche perché per il nostro Paese questo tema non è per nulla secondario. La cultura nutre l’anima, ma può anche sviluppare posti di lavoro e grandi flussi di visitatori.

di marco@varesenews.it
Pubblicato il 19 agosto 2015
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Commenti

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  1. Scritto da antonio_dibiase

    Secondo me questo è un falso problema. La cultura è soprattutto capacita di contaminare e contaminarsi. Nel vocabolario artistico non esiste la parola ‘straniero’.