Non bisogna smettere di sognare

Questa intervista fu realizzata 15 anni fa, quando Oliviero sognava di affrontare il Kilimanjaro

addio oliviero bellinzani

Questa intervista fu realizzata 15 anni fa. Oliviero Bellinzani venne nella redazione di Varesenews per raccontare la sua storia incredibile di alpinista e di uomo a cui il destino non aveva risparmiato proprio nulla. Era una persona straordinaria per caparbietà e forza d’animo, qualità che trasfondeva in tutto ciò che faceva, dalla montagna, la sua grande passione, alla piccola  azienda di famiglia. Rimasi colpito e affascinato da quell’incontro perché Oliviero era la materializzazione delle infinite possibilità dell’uomo.
Michele Mancino

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Addio a Oliviero Bellinzani, l'uomo con le ali 4 di 9

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È nato due volte Oliviero Bellinzani. Non è uno scherzo e nemmeno una metafora, è andata proprio così. Oggi ha 45 anni e la sua storia – perché quella di prima è un’altra cosa – inizia il 5 febbraio del 1977. Quel giorno Oliviero era venuto a fare una gita nel Varesotto in sella alla sua moto. Una cosa normale per un ventunenne milanese abituato a passare i fine settimana a Brenta.

Il destino, a cui non importa mai l’età di chi gli sta andando incontro, era lì sulla strada ad aspettarlo. Fu un brutto incidente, roba che se ne esci vivo è quasi sempre un miracolo. «Muoio per ben due volte e per ben due volte vengo riportato in vita» dice Oliviero. Rimane in bilico tra la vita e la morte per una settimana, poi la decisione finale, da cui dipende il suo futuro: l’amputazione della gamba sinistra all’altezza della coscia.

Ad appena sei mesi dall’incidente, con una gamba in meno e due stampelle in più, tra lo scetticismo della gente e le preoccupazioni della madre, Oliviero decide di salire il Monte Nudo, in Valcuvia, quota 1.235. Sarà la prima di tante imprese, anzi di tante scalate, perché Oliviero non ama vedersi come qualcosa di eccezionale. «Io non ho mai smesso per un attimo della mia vita di ragionare come una persona normale. Certo se prima ero cento oggi non è più così, ma l’andare in montagna per me non è una sfida all’handicap, piuttosto è una sperimentazione delle mie possibilità tecniche. È una questione di forma mentis. Se dicessi che questo è un miracolo ragionerei da disabile, invece la gente deve capire che certe cose le puoi fare indipendentemente dalla tecnologia e dal fatto che ti manchi una gamba o no. Le cose le fai perché le vuoi».

In montagna ci va da solo perché i suoi amici «sono tutta gente di mare». Ma la sua è una mezza verità, perché Oliviero è un solitario, sta bene con se stesso. «A me piace andare da solo perché non devo spartire ritmi con nessuno. La montagna è fatta di momenti particolari, a volte ci sono dei panorami che non puoi fare a meno di fermarti, altre che devi tirare fino allo spasimo perché non hai altra scelta».

Dopo il Monte Nudo, venne la protesi. Una gamba nuova e, insieme al sogno di una ritrovata normalità, anche il dolore, la fatica per reimparare a camminare. Poi vennero altre cime, L’Alpe Devero, il Resegone e la Grigna Meridionale nel 1982 . Oliviero aveva superato i duemila. «Con la protesi è molto più facile perché la uso come un punto d’appoggio e d’opposizione. Ho iniziato senza protesi vie di sesto grado, poi con le arrampicate sul granito sono cominciati anche i problemi perchè dovevo saltare. Allora ho chiesto una protesi». Ora ne ha una in titanio con il flexfoot, una sorta di piede bionico, di fabbricazione americana del costo di parecchi milioni, progettato ad hoc per lui.

La montagna è la sua vera dimensione e se non ci va sta male. C’è un fascino anche della morte per chi guarda una cima e s’incammina, e Oliviero lo ammette. «C’è il vuoto, e questo ti attrae. Ma quando tu vedi la possibilità di andare, vai. In quel momento il tempo e il mondo smettono di scorrere, tutto è concentrato sulla montagna, sul movimento che stai facendo. Io non sono un suicida, valuto sempre le mie possibilità. Mente e corpo diventano una cosa sola, il cervello comanda e il corpo esegue».
Lui in montagna ci va slegato, ma non è uno spaccone. Con sè porta sempre una mezza corda, come Linus la sua coperta, e se non s’ha da fare, non si fa. «Sono solo 10 metri di corda, meglio averla per niente che non averla».

Non ha mai smesso di allenarsi da quel fatidico giorno, prima nella sua stanza poi su e giù da Orino – dove vive e lavora- fino al Forte, 55 minuti per coprire 750 metri di dislivello. Sulle mani ha due calli grossi come pesche, attaccate a due braccia possenti come rami di un albero.

Lui si definisce “un pessimista che crede in se stesso”. Un pessimismo che non gli ha impedito però di fare cinque quattromila in un giorno, insieme a Mauro Rossi, il Gran Capucin per la Via degli Svizzeri, il Monte Leone e raggiungere Punta Gnifetti a quota 4559. Ai primi di luglio, sempre con il fido Rossi, affronterà il Dente del Gigante, quota 4013. Roba non da poco insomma, cime difficili anche per quelli che hanno tutti i pezzi al loro posto e sono pure bravi. Ha fatto un corso per arrampicata su cascate di ghiaccio riservato ad alpinisti normodotati e con un curriculum sostanzioso.

Ormai le cime che ha fatto non si contano più. Ma lui ha ancora dei sogni nel cassetto, uno di questi si chiama Kilimanjaro. Il problema è trovare qualcuno che finanzi la spedizione. «Bastano una quindicina di milioni di lire. Il tempo dell’allenamento ce lo metto io».

A 45anni Oliviero Bellinzani punta ancora molto in alto, non smette mai di pensare alle montagne e alle sensazioni che queste gli danno. Sono la sua linfa vitale e paradossalmente ciò che gli restituisce una normalità, perché si guardano da pari e si rispettano. Sognare nuove vette per lui è quasi una necessità. «Finché un uomo sogna e desidera puo’ ritenersi vivo. Forse è per questo che non ne ho mai abbastanza».

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Pubblicato il 22 agosto 2015
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