Dieci anni da sindaco, Gigi Farioli si racconta

Finisce l'era Farioli a Palazzo Gilardoni. Il suo rapporto con la città, la passione, l'esuberanza ma anche gli errori e i crucci di un sindaco fuori dagli schemi

È stato uno dei pochi sindaci di Busto a rimanere in carica per dieci anni consecutivi. Per Gianluigi Farioli, ormai agli sgoccioli del suo secondo mandato, è tempo di bilanci ma la sua esperienza nel consiglio comunale della città non terminerà qui. Sarà, infatti, capolista di Forza Italia alle prossime amministrative.

Lo abbiamo intervistato nel suo ufficio al primo piano di Palazzo Gilardoni su questi dieci anni passati al servizio della città.

gigi farioli
gigi farioli

Quale è stato il momento più bello che ha vissuto da sindaco?

«Estrarre un’immagine da un film durato 10 anni è difficile. Mi si accavallano nella mente immagini di rapporti umani con bambini, giovani e anziani. La parte più bella ed emozionante dell’essere sindaco è l’essere coinvolti profondamente in una comunità. I momenti più belli sono quelli vissuti in comunione con le diverse generazioni della città. La più grande soddisfazione sono le comunicazioni private in cui mi si sottolineava l’estrema importanza di un gesto, di un atto o di una parola fatti nei confronti di questo o quel cittadino. Quei momenti mi hanno dato la forza per superare i momenti critici. Sono emozioni e sentimenti che non trovano spazio nei bilanci o negli atti».

Quale è stato il momento più critico della sua amministrazione?

«Quando ho dovuto prendere atto che gesti di amore e generosità nei confronti di alcuni simboli della città, in particolar modo della Pro Patria, si sono scontrati con eventi, persone, ambizioni non conciliabili con la storia di questa gloriosa squadra, l’amore dei suoi più bravi tifosi e i giovani che ci hanno creduto. Peró l’avvento di una persona semplice, genuina, generosa, bustocca e tifosa che pure è rimasta vittima di alcune di queste persone, deve ridare speranza e fiducia per il futuro. Ringrazio Patrizia Testa che sa essere nobile quanto il nome che porta».

In questi dieci anni ha vissuto momenti difficili anche nel rapporto con la sua maggioranza. Come giudica i suoi compagni di viaggio?

«Un’altra cosa che mi rende orgoglioso è la soddisfazione di essere riuscito, in tutti i dieci anni, a mantenere una maggioranza uscita dalle elezioni che spesso ad altri livelli ha avuto scissioni, abbandoni, cambi di campo. Qui non è successo. Ho sempre finito il mandato con una maggioranza più ampia di quella iniziale. Lascio a chi verrà dopo di me questo concetto di inclusione, come un testimone. Sono felice di esserci riuscto tenendo fermo il timone. Sulle decisioni importanti non ricordo voti contro nella maggioranza e grande attenzione anche nella minoranza. Sono riuscito a far passare una decisione come quella della riduzione delle 30 poltrone di Agesp ad una, non mi sembra poco».

Anche con la minoranza il rapporto è stato buono, a parte quando li ha definiti comunisti di m…

«La passionalità mi ha fatto anche incorrere in errori per i quali ho subito chiesto scusa. Ma lo scontro non è stato elemento costante del rapporto. Chiunque abbia seguito le vicende di questa amministrazione puó dire che tra sindaco e opposizione c’è sempre stato rispetto e collaborazione. Non mancano anche dichiarazioni pubbliche da parte del principale partito di opposizione che ha dato atto al sottoscritto di essere stato, in alcuni casi, lungimirante. Penso alla collaborazione sul tema dell’area metropolitana, sul tema dell’inclusione sociale, sull’ambiente. Sono stati i temi in cui si è collaborato meglio».

Nell’ultimo periodo ha avviato il progetto delle Primarie delle Idee. Perchè l’impegno sull’innovazione e sulla città del futuro arriva solo ora?

«In realtà il tema dell’innovazione non è mai mancato in questi anni. Penso alle linee guide per il tessile, al polo texport, al modello di inclusione sociale coinvolgendo il privato, le partnership pubblico-privato. In questo ultimo periodo ho spinto perchè tutto fosse integrato e perchè aumentasse la consapevolezza del fatto che il mondo è cambiato».

Cosa lascia al sindaco che verrà?

«Lascio un debito che è sceso da 72 a 16 milioni di euro in 10 anni, con una diminuzione dell’82%, continuando al contempo ad attrarre investimenti. Lascio un’area industriale con nuovi accessi da nord e da sud, una piattaforma intermodale a Sacconago, la rinascita di Villa Calcaterra, la creazione della Casa della Salute e della Casa della Musica a Villa Ottolini Tosi. Tutto questo senza indebitare il Comune. Investimenti, economia e società devono andare insieme.

Qual è l’opera che non è riuscita a portare a termine e che le crea il cruccio maggiore?

«Avrei voluto che il Borri si trasformasse già in un polo culturale che mettesse insieme arte, cinema, cultura e professionalità. Ci siamo andati vicini con Carlo Lizzani che aveva sognato una Cinecittà alternativa e con le scuole d’arte con la collezione Merlini. Non è stato possibile ma oggi lasciamo l’elemento strategico della città del bambino, del ragazzo e della cultura».

Un’ultima battuta sui cittadini di Busto, che ha avuto modo di conoscere profondamente anche da sindaco. Qual è il difetto più grande?

«Sono un innamorato del bustocco e come tale faccio fatica a trovare difetti. Se devo trovarne qualcuno direi la gelosia e la timidezza che non permettono di fare rete facilmente, un difetto che in un mondo così globalizzato rischia di diventare un handicap. I bustocchi devono capire che la competizione non è più tra individui ma tra reti e gruppi. Nonostante questo Busto è una delle città con più associazioni in Lombardia».

di orlando.mastrillo@varesenews.it
Pubblicato il 29 aprile 2016
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