La suora partigiana che fece il pane a De Gasperi

L’incredibile storia di una religiosa che partecipò alla Liberazione ricordata dal narratore Giorgio Roncari, il barbiere del paese innamorato di storia locale

Avarie

È giusto che questa storia la firmi per intero così come l’ha scritta Giorgio Roncari, il barbiere di Cuvio che nell’arco di decenni ha saputo ascoltare, confrontare, raccogliere e scrivere brani di storia locale che fanno il giro del mondo. Questo riguarda le vicende di una suora, Giacomina Peruggia, di Cuvio, che partecipò alla Resistenza. Oggi, alla vigilia del 25 Aprile, ricordiamo questa figura.
(ac)

I tedeschi arrivarono all’asilo di Predosa (AL) alle dieci di una sera di fine estate del 1944, erano quattro o cinque, non badarono alle altre due suore volevano solo lei, suor Giacomina. Già tempo addietro l’avevano interrogata una prima volta, ma stavolta parevano decisi. “Tu nemica dei tedeschi – l’accusò risoluto il capo manipolo – Tu dovrai essere uccisa perché nascondi i partigiani. Noi ora perquisire tutto”.

Lei, che in mattinata era stata avvertita della retata e quindi aveva fatto fuggire i rifugiati, li affrontò risoluta, negando ogni cosa e accompagnandoli nell’ispezione. I tedeschi frugarono inutilmente tutte le stanze e ogni nascondiglio, buttando all’aria ogni cosa. Erano però ben informati e, benché la gente del paese, nel frattempo accorsa, nel tentativo di aiutarla, affermava di non aver mai visto partigiani, fu portata a Genova, al comando tedesco, dove la rinchiusero isolata in una stanza.

Di suor Maria Giacomina (per tutti solo suor Giacomina) delle Immacolatine di Genova, al secolo Annunciata Peruggia di Cuvio, qui, nei nostri paesi, non si sa nulla ma, nella Val d’Orba e nel basso alessandrino, era conosciuta come la suora partigiana. Molto amata e stimata, durante la resistenza, rischiò la vita per dare assistenza a soldati e partigiani e le sue gesta di grande coraggio sono apparse su quotidiani e libri. Della sua avventura tenne un diario che fu pubblicato nell’agosto ‘45 su un imprecisato quotidiano di Genova, che siamo riusciti solo in parte a recuperare.

Figlia del sacrestano di Cuvio, a 24 anni, nel 1923, prese i voti a Genova e l’Ordine la fece studiare da maestra. Nel ’35 arrivò all’asilo di Predosa, un paesone contadino di colline e campagne fra Alessandria e Ovada dove rimase fino alla fine.
La sua attività di patriota ebbe inizio qualche giorno dopo l’8 settembre ’43, quando i paesani portarono all’asilo quattro soldati sbandati ai quali diede cibo e assistenza. Da quel momento fu un continuo confluire di militari di ogni nazione, compreso qualche tedesco disertore, assistiti con l’aiuto della popolazione.
Ce n’erano sempre una decina, li nascondeva nelle cantine dell’asilo, e la sera faceva dire loro il rosario: lei pregava in latino e loro rispondevano nella loro lingua. Stavano lì uno o due giorni e poi se ne andavano travestiti da contadini, con in spalla un rastrello o una zappa e un cappellaccio in testa. Li faceva uscire alla luce del sole perché riteneva dessero meno nell’occhio. Li salutava con un: ‘che Dio ve la dia buona’ e dopo la guerra qualcuno gli scriverà ringraziandola.

La situazione si fece difficile quando a Predosa s’insediò un presidio tedesco che indusse la monaca a muoversi con maggior cautela per evitare rappresaglie. Ciò non la salvò da un’anonima denuncia di ‘sentimenti anti germanici’ che sfociò in una prima perquisizione, dalla quale si salvò anche per il diplomatico intervento della figlia del Podestà che fungeva da interprete.

L’incidente non spaventò Suor Giacomina, la quale continuò la sua opera umanitaria. Nel marzo ’44 favorì anche la formazione della sezione femminile di partigiane di ‘Nuvoletta’ (Maria Clara Timossi). Aveva contatti importanti con elementi alessandrini di Azione Cattolica ed era in stretta relazione con ‘don Berto’ (don Bartolomeo Ferrari), importante figura di prete partigiano e scrittore, cappellano della Divisone Garibaldina ‘Mingo’, operante nell’Appennino genovese e nella Val d’Orba, oltre che in rapporto con De Gasperi.

I tedeschi però la tenevano d’occhio e dopo la seconda delazione decisero di portarla al comando di Genova e di fucilarla. Qui fu raggiunta dalla la madre generale dell’Ordine, M. Innocenza, al secolo Elena Vassallo, alla quale confessò di avere aiutato partigiani e soldati sbandati e di non aver timore di morire perché lei aveva fatto solo del bene, voleva dire che era giunta la sua ora per il paradiso. La superiora, sorpresa e sbalordita, ugualmente garantì per lei. ‘Non è vero, vi sbagliate – ribadiva ai tedeschi – interrogate la gente del paese.’ ‘Eppure qualcuno del paese ci ha assicurato che aiuta i partigiani’ era la risposta perentoria.

Dopo due o tre giorni di prigionia l’avvisarono che l’indomani alle 11 l’avrebbero fucilata in piazza De Ferrari, in centro città, luogo preposto per giustiziare i ribelli.
Non si perse d’animo e chiese di fare una telefonata perché ‘non si può negare l’ultima grazia a un condannato’.

Molto probabilmente chiamò don Berto Ferrari, il prete partigiano con la quale era in amicizia; il numero di telefono gli aveva dato lui proprio in caso di bisogno. Chi abbia contattato poi questi, quali autorità abbia smosso, non è dato sapere, fatto stà che dopo mezzora arrivò l’ordine di liberarla.
Venne affidata alla madre generale che era intenzionata a tenerla in convento, ma lei, cocciuta, volle ritornare a Predosa dove arrivò la sera stessa. Le raccomandazioni della superiora, i consigli della gente e lo scampato pericolo la convinsero a stare accorta senza però rinunciare del tutto ai suoi ideali. Continuò così a recare aiuti ai dispersi nei numerosi cascinali del comune e ospitare, all’approssimarsi della liberazione, convegni segreti di patrioti nelle aule dell’asilo.

Era, politicamente, molto presa, conosceva anche De Gasperi in compagnia del quale ebbe modo di farsi fotografare e al quale, simbolicamente, all’indomani della difficile Conferenza di Pace di Parigi nell’agosto ’46, inviò il ‘pane del ristoro’, cotto da lei, per rifocillarlo dalle fatiche politiche e fisiche sostenute.
Suor Giacomina dal giorno dei voti non potè più tornare a Cuvio (salvo un brevissimo permesso per visitare un nipote grave), restò a Predosa fino al ’59 quando, ammalatasi gravemente, fu portata nella Casa Madre di Genova, dove morì il 4 maggio ’63 e seppellita a Staglieno, nella nuda terra.

A farci conoscere la sua storia e spingerci a qualche ricerca, è stata la nipote Annamaria Peruggia, alla quale la zia aveva avuto occasione di narrarla, e che ci ha rivelato come alla sua morte, i predosini, misero una sua foto in un’edicola vicino all’asilo con la citazione: ‘Suor Maria Giacomina, suora partigiana’.
La stima ed il riconoscimento verso questa donna di religione, dal carattere forte, generoso e volitivo, spinse poi il comune a dedicargli, nel marzo 1989, il nuovo asilo. Così scriveva il quotidiano ‘La Stampa’ il 30 aprile 1989: “In occasione del novantesimo anniversario della nascita della religiosa, il Comune di Predosa intitolerà domani la scuola materna a suor Maria Giacomina per la sua opera verso i deboli e i bisognosi e per la grande dedizione ai bambini. Alle 11, dopo la messa, sarà scoperta la targa che ricorda la religiosa, quindi parleranno il sindaco Carlo Tagliafico e mons. Berto Ferrari’.
Ci piace anche ricordare che fra le Madri Generali dell’Ordine delle Immacolatine, ci fu, dal ’53 al ‘68, col nome di suor Leopoldina, Rosa Torrighelli, anch’essa originaria di Cuvio.

Giorgio Roncari

di andrea.camurani@varesenews.it
Pubblicato il 22 aprile 2016
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