L’Italia è sovraindebitata perché non fa girare i soldi

Claudio Grossi, docente di Programmazione, controllo e analisi finanziaria, ha parlato di Bail-In negli approfondimenti di finanza organizzati da Univa. «Le banche italiane sanno ancora fare credito»

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«Fare banca è diventata una sorta di magia». Claudio Grossi, docente di Programmazione, controllo e analisi finanziaria all’Università Cattolica di Milano e presidente di Mark Up Consulting Sr., usa l’ironia per affrontare il tema del Bail-in, oggetto del secondo appuntamento degli approfondimenti di finanza- scuola di impresa organizzati da Univa. E di ironia ce ne vuole molta perché analizzando la nuova normativa europea, che ha lo scopo di uniformare le procedure nel caso una banca non sia in condizioni di equilibrio, Grossi fa notare che il famigerato e tanto discusso Bail-in è solo uno e tra l’altro l’ultimo degli strumenti previsti dalla Brrd (Bank recovery & resolution directive). «La legge è fatta bene – ha spiegato Grossi – è  composta da 133 premesse e 132 articoli . Quando una banca è a rischio default, la legge elenca chiaramente una serie di strumenti per intervenire e prima del Bail-In, cioè il salvataggio interno che non ricorre ai soldi pubblici, ce ne sono altri tre: la vendita dell’attività di impresa, lo strumento dell’ente ponte, la separazione delle attività, tutte strade percorribili. E anche nel caso in  cui si ricorra al Bail-In i depositi fino a 100mila euro sono protetti dal sistema di garanzia».

«Risparmiatori, correntisti e imprese – ha rassicurato il docente – devono dunque temere meno di quanto ci è stato raccontato in questi mesi da un dibattito sui giornali fin troppo allarmista».

Grossi cerca di andare oltre i luoghi comuni sugli indicatori bancari, entrati ormai nel gergo quotidiano, che tendono a dipingere il sistema italiano come un malato gravissimo, soprattutto quando si parla di solidità degli istituti di credito. «Se si sommano gli asset dei Banca Intesa Sanpaolo e Unicredit – ha sottolineato il docente – osserviamo che insieme arrivano al 92% del Pil italiano, contro il 155% della svedese Nordea Bank, il 77,11% dell’inglese Barclays, il 97,44% della francese BNP Paribas,  il 58,6% della tedesca Deutsche Bank. La verità è che bisogna guardare cosa c’è dentro quegli asset». E quando si guarda dentro si scopre, per esempio, che Deutsche Bank ha il 36,87% di derivati, Nordea Bank il  15,74%Barclays il 32,4%, Bnp Paribas il 21,07%, mentre Intesa Sanpaolo e Unicredit rispettivamente il 7,12% e il 9,04%. (Fonte Aida-Eurostat)

Il capitolo sofferenze è illuminante per capire la «discriminazione» finanziaria operata nei confronti dell’Italia. Gli 83 miliardi di sofferenze nette (il totale era di 203 miliardi, di cui 120 già coperti dagli accantonamenti fatti dalle banche) ci collocano tra i paesi peggiori nella classifica che analizza il rapporto tra crediti deteriorati e crediti totali lordi. E in effetti il nostro 16,71%  è lontanissimo da quel 5,58% che è la media europea. Peggio di noi fanno solo Ungheria, Irlanda, Slovenia e Cipro. Ma ancora una volta se si va a guardare il rapporto tra gli accantonamenti per i crediti deteriorati e il totale dei crediti deteriorati con il 45,39% siamo tra i paesi migliori (la media europea è 43,36%). Insomma, le banche italiane brillerebbero per il loro senso di responsabilità, al netto delle eccezioni di Banca Etruria e soci. «La verità che non viene raccontata – sottolinea Grossi – è che non puoi applicare gli stessi parametri a Svezia e Italia, perché il tempo medio di incasso della Svezia è di 30 giorni. Lo stato svedese fa addirittura meglio perché paga a 25 giorni. Mentre da noi i tempi di incasso sono biblici e lo Stato italiano è il peggior pagatore in assoluto. Siamo sovraindebitati perché in Italia non facciamo girare i soldi e non perché siamo il paese con la peggiore qualità del credito».

Le nuove regole immobilizzeranno ancor di più i capitali in funzione di garanzia: con Basilea 2 fatto 100 il capitale di vigilanza erano 1.250 gli euro di credito erogati, con Basilea 3 fatto 100 il capitale di vigilanza si scende a 606 euro, meno della metà. E la conclusione di Grossi questa volta è senza ironia: «È un irrigidimento che non solo non ci tutela dal rischio default, ma lo aumenta».

di michele.mancino@varesenews.it
Pubblicato il 21 aprile 2016
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