Internet delle cose è una partita ancora tutta da giocare
Alla Liuc il terzo incontro sulla fabbrica 4.0. Lo sviluppo di nuovi prodotti sta in mano a chi sa maneggiare i dati e la catena del valore si sposta dal prodotto al servizio
Una università come la Liuc di Castellanza, espressione delle imprese del territorio, ha il dovere di sperimentare e guardare al futuro, ma interrogarsi sulla fabbrica 4.0 e le ricadute reali che hanno sul sistema produttivo la stampa 3D, le reti di sensori, l’analisi dei big data e l’Iot (internet delle cose) in alcuni casi vuole dire confrontarsi già con il presente. (foto sopra, da sinistra: Fernando Alberti, Federico Visconti e Marco De Battista)
Il ciclo di appuntamenti dal titolo “Le frontiere dell’Innovazione”, organizzato dall’ateneo di Castellanza con Univa, è dunque un ponte per collegare l’esperienza in atto all’elaborazione teorica tipica del mondo accademico. Che si sia in mezzo a un guado risulta evidente quando si elencano le cifre e i numeri legati all’impatto di alcune tecnologie. Il terzo appuntamento, dedicato a Internet delle cose (Iot) e alla sua capacità di trasformare il modo di competere e la catena del valore, ha messo in luce molto bene questa duplice dimensione.
Marco De Battista, responsabile delle aree economiche dell’Unione Industriali, nella sua introduzione ha rimarcato la schizofrenia dei numeri ogni qualvolta si parli di Iot, dove i miliardi degli oggetti connessi e i miliardi di euro generati dalle varie applicazioni cambiano a seconda del soggetto intervistato o del contesto di riferimento.
Il mondo accademico, nonostante l’evidente ambiguità della realtà, deve comunque affrontare questi temi. E il rettore della Liuc, Federico Visconti, lo ha ribadito citando un passo della tesi che ventidue anni fa Luca Garavoglia, allora giovane bocconiano, oggi presidente della Campari, aveva fatto sull’industria spiritosa, cioè relativa alla produzione di alcolici. Il tema in quel caso riguardava la crescita dimensionale che per le aziende del settore era «più una stringente necessità di sopravvivenza che non un ambizioso programma di sviluppo». Una condizione che non è poi così lontana da quello che sta vivendo oggi il «manifatturiero contemporaneo» nella quarta rivoluzione industriale.
Fernando Alberti, direttore dell’Institute for Entrepreneurship and competitiveness della Liuc e coordinatore dell’incontro, ha ricordato che quando si parla di Iot e del suo impatto sulla catena del valore «c’è l’abitudine di buttare sempre un po’ più in là la palla». Secondo Alberti, le questioni legate a internet delle cose sono quattro: gli standard, l’infrastruttura, la sicurezza e le competenze che naturalmente vanno ridisegnate. «Se parliamo di Iot e infrastruttura non possiamo non considerare che in Italia la banda larga viaggia a 6,4 megabyte al secondo, contro i 53,4 degli Stati Uniti e i 90 di Singapore» ha sottolineato il docente.
Con Internet delle cose lo sviluppo di nuovi prodotti sta in mano a chi sa maneggiare i dati e la catena del valore si sposta dal prodotto al servizio, costringendo l’impresa a una riorganizzazione della struttura per «non annegare nel lago di dati». Sull‘impatto e i tempi delle ricadute dell’Iot, Alberti cita il professor Michael Porter, considerato universalmente il guru in tema di competitività e strategia d’impresa e non a caso tra i più citati su Google: «Siamo ancora ai primi innings e chi ha giocato a baseball sa che un inning puo’ avere una lunghezza infinita».
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