Da avvocato a cronista ci vuole un biglietto di andata e ritorno

di Pier Fausto Vedani

Prealpina

Nel consiglio di  amministrazione del Circolo della Bontà, attivissima istituzione sempre in battaglia sul fronte ospedaliero, anche quest’anno da Gianni Spartà – fondatore e leader carismatico del prezioso e amato gruppo di lavoro – sono state respinte le mie dimissioni, motivate da evidente zoppicante salute. (foto, da sinistra: i giornalisti Pier Fausto Vedani, Maniglio Botti e Gianni Spartà)

Non mi sento un martire, perché in realtà non mi chiedono di restare in trincea e poi devo dire che il rito della telefonata alla fine piaccia al megapresidente Gianni, che può strapazzare il suo vecchio compagno d’armi in Prealpina, e piace pure a me perché mi permette ogni anno tuffi e spruzzi  nel mare dei ricordi più belli, quelli della nostra gioventù  professionale.

Quest’anno il nostro inatteso tuffo a due è stato particolarmente intrigante perché, su due testate diverse, all’insaputa l’uno dell’altro e per di più a poche ore di distanza Gianni e  io abbiamo dedicato un articolo al pubblico ministero Agostino Abate; per di più  arrivando alle stesse  conclusioni sulla vicenda tristissima di Lidia Macchi.

Dietro questa coincidenza di opinioni e sensibilità, intatte dopo 30 anni, c’è una  piccola grande storia  del giornalismo varesino che vale la pena di ricordare alle odierne scanzonate generazioni di attivissimi pennaioli o  meglio “picisti” (pc, da personal computer). Essendo direttori della Prealpina il mitico varesino Mario Lodi e il meno citato, ma per umanità e simpatia l’altrettanto leggendario condirettore bustocco Nino Miglierina, a partire dalla metà degli Anni 60 in via Tamagno si formò un gruppo di lavoro affiatatissimo e con un notevole senso di  responsabilità, che fece fare al giornale uno strepitoso balzo in termini di vendite  e di autorevolezza.

Si era formata una squadra che pur essendo disomogenea nella sua composizione culturale e politica, non solo mai creò problemi ai direttori, ma anche  ai potenti azionisti del quotidiano, passato sotto il controllo di Busto Arsizio. I nuovi boss, guidati da un modernissimo Stefano Ferrario, addirittura invitavano direttori e  giornalisti a continuare in un’azione  che si stava rivelando molto positiva per autorevolezza e, cosa che mai guastava in un ambito aziendale, anche come remunerazione del capitale.

Questo piccolo boom editoriale, davvero raro nei mercati provinciali della stampa, ha avuto origine anche con il passaggio a Busto Arsizio della maggioranza del pacchetto azionario del giornale, non più solida e coesa dopo la scomparsa di grandi leader d’impresa come i varesini Achille Cattaneo ed Ermenegildo Trolli.

Varese in quegli anni davvero ruggenti in Italia e anche in campo internazionale conquistò  un grande ruolo economico, finanziario e sportivo, ma si deve alla famiglia Ferrario se, grazie alla Prealpina, non ha perso identità, cultura, storia, amore per le tradizioni finendo in una delle catene nazionali di giornali locali i cui proprietari spasimano per ben altri obiettivi, il primo dei quali  è la difesa di interessi  ben delocalizzati rispetto alla Gioebia bustocca e al falò del santo abate Antonio.

Dovevo parlare di Spartà, da vecchio chiacchierone sono andato clamorosamente fuori rotta. Gianni merita comunque un ricordo particolare perché qui a Varese, ma anche  in altre sedi lombarde di quotidiani ha nobilitato due volte la categoria dei cronisti gudiziari: la prima con la laurea in giurisprudenza in tempi ormai  antichi, la seconda conseguendo a Milano il titolo di procuratore legale che gli ha aperto le porte anche della professione di avvocato.

Anni fa lunghi treni per il Sud partivano con molti neolaureati in legge qui al Nord per sostenere l’esame di procuratore che a Milano era semplicemente di terrificante difficoltà, riservato a categorie di eletti che dovevano far fare bella figura a parenti e amici già presenti e attivi nel mondo di Temi. Rimase sorpreso chi seppe che il nostro Gianni, portatore e tenace cultore di un senso antico del risparmio, non proprio un giovane Arpagone, ma nemmeno uomo dal braccio d’oro, non avrebbe speso soldi per più di un biglietto di terza classe “Scià e là Milàn“- leggi andata e ritorno – per fare l’esamaccio all’ombra di un’altra Madonnina. Detto e fatto ottenendo il titolo di procuratore con un voto globale strabiliante.

Gianni rinunciò poi alla professione forense perché è un lavoraccio che ti porti anche a letto alla sera e poi, me ne intendo personalmente, fare il giornalista  è meglio che lavorare. È vero, ma fare i cronisti giudiziari a Varese come ha fatto Spartà è stimolante ed educativo. Soprattutto una garanzia per i cittadini. Ce lo dicono tutti giorni le cronache  dei nostri mass media e l’assenza di querele e accidenti vari all’indirizzo della mia amata categoria. Che per certi versi ha avuto in  passato punti di  contatto con quella degli imprenditori.

Celebre una battuta di Marazzi, già tempi or sono uno dei re delle piastrelle della strarossa Sassuolo: «La mia auto va a benzina, me a vagh a cancher».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 22 gennaio 2017
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