Tra storia e Memoria. L’arte di Simonelli per ricordare la Deportazione

L'Associazione Culturale Carlo Farioli ricorda le vittime dei dipendenti della ditta “Ercole Comerio” deportati a Mathausen

Arte - Mostre
pittori, quadri, dipinti, sculture

In occasione della Deportazione e della morte a Mathausen di tutto il Consiglio di Fabbrica della ditta “Ercole Comerio”, l’Associazione Culturale Carlo Farioli, ha scelto di affiancare all’evento i lavori artistici di Federico Simonelli. Una ricerca connotata allo spirito classico in cui, memoria e storia, sono le strutture fondamentali dell’intero pensiero. Una memoria non intimistica né sentimentale, nemmeno letta attraverso una dimensione romantica, ma un vissuto come riflessione sulla storia, dove le immagini d’arte, nella loro umana vanità esistenziale e di eternità rompono la disillusione del nulla, del vuoto eterno. Poiché solo un’arte che riflette questa dimensione educativa è un’arte capace d’educare alla vita.

Le opere in mostra propongono una riflessione sui temi del tempo, della memoria, del vivere e del morire. Lavori che per il loro esplicito riferimento culturale alla storia e alla memoria, costituiscono una chiara dimensione di resistenza al senso di finitudine dell’esistenza. Una riflessione estetica ed esistenziale che ha un chiaro riferimento allo spirito classico, tramandato attraverso regole di vita, di cui idealità e bellezza sono le misure dell’esistere.

Non per niente il titolo dell’esposizione è mutuato dai versi di Costantino Kavafis “ Terra di Ionia”, dove attraverso un canto dolente, rassegnato e disilluso, il poeta ricorda la sua terra e l’umanità che la abita pur nella cruda dimensione di debolezza, di sconfitta, di miseria attraversata dalla storia.

Tematica forte e ben ripresa nel lavoro di Simonelli, come “Ionia”, dove frammenti di colonne classiche, corrose dal tempo e dalla storia, fanno da quinta scenografica a quanto avviene al loro interno. Come una rappresentazione teatrale, in cui sagome di soldati a capo chino camminano e si muovono a fatica in un’atmosfera densa, priva di profondità, avvolti da un assordante silenzio che rende la scena ancor più drammatica della sua dimensione reale. La tensione alla vita è dentro e fuori dalla rappresentazione, dentro, nelle immagini veicolate dall’opera, fuori, nell’intensità drammatica che vive lo spettatore.

Analoga tensione in “Dove l’andare nostro”, semplici strutture in ferro che ricordano cancelli, reti metalliche, griglie, che separano, circoscrivono fatti, situazioni, la cui ruggine corrode e colora lo spazio sottostante, uno spazio indefinito dove immagini evanescenti d’altri conflitti armati e ombre umane si muovono a fatica in balia di sé stessi vagano sospesi in un’atmosfera plumbea, in luoghi indefiniti, anonimi, privi di qualsiasi riferimento iconografico.

Oppure in lavori come “Se avessi immaginato”, domanda spontanea attorno a volti ben individuabili, che affonda le sue radici nella nostra dimensione esistenziale con le scarse e scarne capacità di risposta sulla contingenza della vita e che sembrano indicare il nulla, nella pochezza esistenziale della nostra storia quando con la nostra dipartita lasceremo la nostra terrena quotidianità. Domande che fuori da qualsiasi suggestione declamatoria dei personaggi, ci restituiscono una dimensione più universale dell’esistenza.

Quella di Simonelli è un fare arte che se pur nella consapevolezza della propria finitudine propone un’estetica che aspira ad una presunta eternità, non foss’altro perché l’opera in sé sa fare memoria, anche come molta arte con la A maiuscola e non offre risposte alla contingenza del vivere.

Così come il ricordo, la memoria dell’evento che si celebra non riappacifica con la vita degli uomini uccisi ma si fa presenza della loro storia, del loro sacrificio, che il tempo nel suo scorrere ha sempre trascinato con sé, nella memoria di un gesto di profonda umanità, gesto che sostanzia e da misura morale alla nostra momentanea presenza nel mondo.

Spirito analogo al lavoro di Federico Simonelli che fonda tutta la sua ricerca estetica in un’arte dove nell’equilibrio tra ragione ed emozione e nello scavare in profondità il senso delle cose, possiamo ritrovare quel senso di misura e di sostanza per percorrere il nostro breve cammino della vita.

“O Terra di Ionia”
14 – 29 gennaio 2017
Spazio Arte Carlo Farioli – Via Silvio Pellico, 15 – Busto Arsizio (VA)
info: 388.4957878 – info@farioliarte.it
www.farioliarte.it – Facebook: Spazio Arte Carlo Farioli

 

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Pubblicato il 20 gennaio 2017
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