Tra gelo, lupi e solitudine, per registrare il respiro dell’universo

"The moving States" è il cortometraggio di Ricky Delli Paoli che racconta natura degli Usa con la tecnica dei timelapse. Dodicimila foto per un film di grande intensità

The Moving States è il cortometraggio creato da Ricky Delli Paoli, fotografo e timelapser 26enne che abita a Cardano al Campo, ma che ha lavorato e viaggiato negli Stati Uniti: il filmato creato con dodicimila foto è un documentario molto intenso, che – partendo dalla città e avventurandosi sempre più nella solitudine – sembra quasi raccontare il respiro della terra, dell’enormità in cui si muovono e si affannano gli essere umani; la singola esistenza e l’universo, la frazione di secondo e l’eternità. Guardate il video, prima di leggere l’intervista. E poi magari guardatelo una seconda volta, alla fine.

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Moving States Ricky Delli Paoli 4 di 20

The Moving States è stato creato con le immagini scattate in un viaggio negli Usa del 2014, il cortometraggio è stato poi completato a febbraio 2015 (è stato anche selezionato inizialmente per il Los Angeles Film Festival). «Di base sono un fotografo, ma mi ha sempre affascinato soprattuto il mondo dei timelapse» ci racconta Riccardo Delli Paoli. «È una tecnica che richiede moltissime ore per scattare le foto, oltre ad uno studio attento dei tempi: ne nasce un video che in realtà – anziché fare molti scatti in poco tempo come in un filmato tradizionale – combina moltissime foto. È una tecnica che è appunto adatta ad ottenere effetti spettacolari come la rotazione dell’asse terrestre, che si vede anche in Moving States».

Riccardo Ricky Delli Paoli

«L’intento del cortometraggio era mostrare la natura selvatica degli Stati Uniti, al di là del passaggio che ho fatto a San Francisco: l’idea era dedicarsi a luoghi che mostrano oggi problemi legati all’inquinamento e all’intervento dell’uomo, ma anche immergersi nei paesaggi più incontaminati, mostrare ad esempio la parte del cielo che non è visibile a occhio nudo. Il viaggio era anche un investimento personale: per affinare la tecnica, ma anche stare da solo, conoscere, esplorare. Oltre che a Yellowstone e San Francisco, ho fatto un mese a vivere con gli indiani dell’Idaho».

Chi ti ha ospitato? «Ho sfruttato questa pratica molto americana del viaggio e dell’ospitalità di scambio: un indiano, Peter, mi ospitava in cambio di lavoretti in casa, secondo una modalità che si usa spesso negli Stati Uniti. Per noi è strano accostarsi a uno sconosciuto, vivere in casa sua per un periodo, ma in realtà ho conosciuto molte persone gentili ed altruiste. Vivevamo vicino alla città di Blackfoot»

Le scene in timelapse sono molto drammatiche – nel senso originale della parola – e intense, ma forse su tutte più intense sono le foto notturne, con l’intera volta celeste che sembra ruotare: dà l’idea della centralità dell’uomo. Dove le hai scattate? «Le foto notturne sono state scattate soprattutto a Salmon River, a 1800 metri di quota, in un luogo abbandonato e solitario: eravamo soli nell’arco 20-25 km, una roulotte nel nulla. È stata la prima volta in cui ho potuto vedere la via lattea, intera, davanti ai miei occhi. C’è poi da dire che eravamo soli dagli umani, ma eravamo circondati dagli animali: al mattino vedevamo le impronte di lupo e di orsi intorno alla roulotte. E poi l’altro elemento, insieme alla solitudine e all’assenza di luce, è il freddo, intenso, che è elemento importante per la fotografia notturna».

Il luogo che ti ha toccato di più? «A 3200 metri a Yellowstone: è stato difficile non farsi distrarre da quel che s’incontrava, una sorpresa dietro l’altra».

Moving States Ricky Delli Paoli

Lavori  più su sceneggiatura o improvvisazione? «Direi 50-50. Mi do sempre una scaletta, ma la natura non permette di rispettare le scelte fatte prima. Fare un timelapse è come un film, serve conoscere i tempi, la presenza del sole e della luna. Però a volte i soggetti s’impongono all’improvviso»

Ad esempio, in Moving States, quando? «Il Grand Geyser. Ce n’era un altro che m’interessava maggiormente, ma la scelta è stata pura improvvisazione. Quando siamo arrivati sul posto, Peter mi ha detto che non potevo perderlo: così ho impostato rapidamente la fotocamera e l’intervallometro (che stabilisce l’intervallo tra uno scatto e l’altro, ndr), non c’era neppure tempo per fare prove. Mi son detto: “Quel che viene viene”. Ma poi questo significa che si sta quattro ore al gelo, a -3 gradi a inizio novembre, senza sapere quale sarebbe stato l’esito finale di quelle ore di lavoro. Alla fine ne è venuta una delle scene più belle del cortometraggio».

E all’opposto, quali sono le scene impostate? «Ho sempre avuto una passione per il Golden Gate, avevo studiato bene quegli scatti. Anche se non sono riuscito a fare fino in fondo lo scatto che volevo per l’assenza di nebbia e nuvole, che sono un elemento dinamico importante.  A San Francisco ci sono stato cinque giorni “da turista”, nelle scene originali c’erano molte persone. La rimozione ha richiesto tre mesi di postproduzione: non amavo la presenza di persone in ambiente naturale, a differenza che in ambiente urbano».

C’è qualcosa che hai deciso di escludere dal cortometraggio finale? «Sì. Ho una forma di egoismo fotografico: abbiamo incontrato un’orsa con il suo piccolo, ma la scena l’ho esclusa, non ho scattato nulla. Per quanto da fotografo sia abituato a vedere la vita attraverso un mirino, ci sono momenti in cui mettere da parte, o evitare di condividere sui social».

Parliamo un po’ di tecnica: dicevi dei tempi lunghi, esiste un intervallo standard? «No, dipende sempre dalla scena che si fotografa: di giorno si lavora spesso su intervalli brevi da 5 secondi, ma ci sono anche intervalli molto più lunghi. Serve costruire una grande esperienza personale per scegliere un intervallo: ci sono i manuali, ma non bastano. Il timelapser che non sa ascoltare la natura è destinato a fallire: c’è quella componente di sentimento che è fondamentale per creare un timelapse.

Quante foto hai scattato? «Fare un timelapse da sei secondi richiede 4 ore, venticinque frame al secondo significa 150 scatti. Per Moving States ho fatto dodicimila foto per due minuti e mezzo».

Il momento più difficile? «A livello fotografico i primi Geyser a Yellowstone, avevo studiato e preparato le dotazioni, ma era la prima volta che mi trovavo davanti al geyser. Anche come materiali bisogna essere pronti, dalle scarpe al cavalletto che deve resistere ad acqua, freddo, persino al calore del fuoco. Dal punto di vista della difficoltà di vita, sicuramente il momento più duro è stato a Salmon River: puoi essere la persona più coraggiosa, ma quando sei in posto sperduto senza luce, segnale telefonico, senza bagno e doccia, senza altre persone ti rendi conto di quanto devi essere in grado di adattarti. Oggi abbiamo tutto, quello di Salmon River è stato un ritorno alle origini della storia: per dire, abbiamo acceso il fuoco con le pietre per accendere il fuoco. Anche se non ho avuto il coraggio di cacciare un animale. Ho fatto questa esperienza per due motivi: avere un portfolio, materiale da mostrare per lavoro. Due: perché amo avere storie da raccontare, come un nonno che racconta ai nipotini. Non c’è niente di più bello che aver qualcosa da raccontare, raccontare le emozioni. Che sono il centro di questo cortometraggio». (qui il blog-diario di The Moving States)

Moving States Ricky Delli Paoli

Quali sono i tuoi progetti futuri? «Pensavo all’Islanda, poi ho detto di no, perché oggi è quantomai mainstream. Sto valutando comunque una rotta a Nord, magari Norvegia, dove ho già immaginato alcuni luoghi. Molti mi hanno chiesto un terzo cortometraggio. Nel frattempo mi dedico a Youstart, una startup nata a Cardano al Campo da un team di giovani ragazzi con l’intento di migliorare la comunicazione delle varie aziende,  e al neonato Pixel FotoClub»

The Moving States su Vimeo in  alta qualità:

Moving States – Venture into the Wilds from Ricky Delli Paoli on Vimeo.

di roberto.morandi@varesenews.it
Pubblicato il 03 febbraio 2017
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