Al Nuovo gli “Animali da bar” della Carrozzeria Orfeo

Ecco l'intervista a Gabriele Di Luca, varesino, autore e regista dello spettacolo che ha riscosso successo in tutta Italia

carrozzeria orfeo

E’ in programma per giovedì 6 aprile lo spettacolo “Animali da Bar” della Compagnia Carrozzeria Orfeo. Uno spettacolo che ha girato tutta Italia riscuotendo premi e successo tra pubblico e critica e che farà tappa al Cinema Teatro Nuovo per la rassegna “Gocce 2017”.

Un appuntamento imperdibile per chi vuole conoscere i sei personaggi che vivono la scena, “sei animali notturni, illusi perdenti, che provano a combattere, nonostante tutto, aggrappati ai loro piccoli squallidi sogni, ad una speranza che resiste troppo a lungo”.

Regista dello spettacolo è Gabriele Di Luca, attore e autore di Cazzago Brabbia che grazie al suo talento ha lasciato il Lago di Varese per girare i palcoscenici d’Italia. Gli studenti del corso di economia e management dello spettacolo dal vivo dell’Università Cattolica di Milano l’hanno intervistato. (Biglietti ancora disponibili, si consiglia la prenotazione o l’acquisto in prevendita, clicca qui)

Com’è nata l’idea per questo spettacolo?
«Il luogo di Animali da Bar è un luogo di passaggio, sospeso tra interno ed esterno. Il pattern di finzione è appunto un interno, ma con una grandissima apertura sull’esterno. Crocevia di passaggi, di storie. Abbiamo voluto raccontare questo bar, all’interno di un quartiere periferico, che è rimasto quasi come un purgatorio, come l’ultima roccaforte per esseri marginali ed emarginati che non trovano spazi altrove».

Cos’è per lei il bar e quale tipologia di bar ha rappresentato nel suo spettacolo?
«Il bar può diventare ed è diventato per moltissime esistenze una vera e propria casa, il luogo di aggregazione, di eccesso, di consumo di alcolici, di liberazione dei propri istinti, ma sempre regolato da una convenzione. Il bar infatti è un luogo pubblico, dove però all’interno ci si può permettere delle cose che non ci si può permettere all’esterno. É anche custode di segreti, un vero e proprio purgatorio, sospeso tra due grandi mondi: quello delle regole, dei lavori, dei doveri e il mondo della follia, ciò che poi costituisce maggiormente l’essere umano».

Lei è al contempo autore, regista e attore: come si interfaccia con gli altri attori?
«É importante dire che noi siamo una regia collettiva, quindi i testi vengono condivisi con altri due registi, in questo caso Massimiliano Setti e Alessandro Tedeschi. Quando arriviamo il primo giorno di prove con il testo, lo sottoponiamo a tagli, revisioni proprio perché come per tutti gli altri codici dello spettacolo dal vivo, il testo è sempre al servizio della rappresentazione, il fine ultimo e più alto del lavoro che facciamo. Quando sono in scena come attore vengo diretto dai miei colleghi e quando loro sono in scena, io dirigo loro. Nelle scene corali ormai c’è abbastanza esperienza e complicità tra noi per capire come gestire il lavoro di prove»

“Non sei che un lampione mezzo spento in qualche punto di una strada secondaria dove ormai non passa più nessuno”. In questa frase del suo testo si avverte quasi un senso di accettazione nei confronti della vita da parte dei personaggi. Cos’è che li muove però a rimanere ancora in piedi, a vivere?

«Nello spettacolo si dice molto chiaramente cosa ci costringe a rimanere in piedi. Si parla appunto di maledetta speranza, che cresce e ricresce come quelle erbacce infestanti che non riesci mai a estirpare. La speranza in qualche modo, in quasi tutti noi, non cessa mai di esistere, anche se esiliata in un piccolo angolo del nostro inconscio. Ed è proprio la speranza che ci porta a continuare questa lotta. La frase del lampione mezzo spento si ricollega un po’ all’espressione che “i vecchi sono sempre saggi”, anche se non è affatto vero, almeno non sempre. Ai vecchi la natura, che se ne frega altamente, toglie quei due impulsi che ci vengono dati alla nascita, molto forti: l’aggressività per proteggere la specie e la riproduzione, il desiderio sessuale. Nei vecchi questi due impulsi si allentano tanto da portarli ad essere meno aggressivi e con meno impulsi sessuali, così da sembrare più saggi. Da qui la frase per cui un uomo, arrivato a una certa età, accetta quello che gli è successo, finalmente si riconcilia con se stesso»

Nel suo spettacolo ci sono delle scene in cui i personaggi compiono delle azioni al contrario, tornando indietro nel tempo in una specie di rewind. Ha voluto portare degli elementi cinematografici sulla scena per creare una diversa dimensione dello spazio e del tempo?

«Lo spazio e il tempo sono le cose più difficili da gestire in teatro, così come nel cinema. Il nostro linguaggio è sempre stato “di passaggio”, poiché noi lavoriamo nello spettacolo dal vivo sul teatro, ma i nostri riferimenti, il nostro gusto, la nostra educazione, sia estetica che di contenuti, si ricollega molto al teatro nordeuropeo. Questo rewind è uno stratagemma tecnico e artistico per cercare di riportare indietro il tempo. Alcuni lo farebbero mettendo un cartello “due anni prima”, noi lo facciamo mutuando un codice cinematografico riconoscibile dall’immaginario collettivo, applicandolo quindi al teatro»

Ci può parlare della scenografia?
«La scenografia è di Maria Spazi, che tra l’altro dal nostro punto di vista ha svolto un lavoro magnifico. É una scenografia che riesce a unire realismo e simbolismo allo stesso tempo. Se da una parte abbiamo infatti un vero e proprio bancone del bar, con la spina della birra che funziona correttamente e butta fuori birra vera, dall’altra parte si ha come la percezione di una scenografia un po’ storta, inclinata. Il lavoro che le abbiamo chiesto di fare, in accordo ovviamente alle sue suggestioni, è stato quello di raccontare, attraverso questo bancone, una sorta di naufragio, una sorta di nave inclinata. Gli spettatori infatti, anche se non se ne accorgono razionalmente, percepiscono che questo bancone è rotto, che alla sua base ci sono quasi dei sassi che rappresentano scogli. Il bancone sta per affondare, come l’Occidente di decadenza e psicofarmaci, mentre dall’altra parte troviamo un Oriente portatore di valori, valori che abbiamo mutuato ma che non sappiamo gestire»

A che tipo di pubblico si rivolge?
«Non c’è un target di riferimento preciso: noi siamo come la Chiesa Cattolica, accogliamo tutti e lo facciamo veramente. Il nostro teatro è per definizione pop, popolare nel senso più alto del termine. Noi crediamo che se oggi le persone vanno al cinema a vedere Mission Impossible o i film di Virzì, fanno molto bene piuttosto che andare a teatro, perché il teatro è diventato un’esperienza di sostanziale noia. L’80% delle cose che si vedono oggi non parlano più di noi, del nostro presente, della nostra società. Siamo esseri inquieti ed equilibrati per definizione, non sappiamo mai riconciliarci con noi stessi, siamo in un certo senso autodistruttivi. Abbiamo dentro di noi una serie di pulsioni positive e negative e queste cose vanno raccontate. Il teatro deve raccontare questo, anche se molto spesso non assolve tale funzione, è pertanto un’esperienza puramente estetica, molte volte performativa, borghese, ma quasi mai reale, concreta. Nei nostri spettacoli cerchiamo di fare proprio questo»

Intervista di “Gli studenti del corso di economia e management dello spettacolo dal vivo – Università Cattolica di Milano”

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 27 marzo 2017
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