Alptransit: perdere “il treno” costerebbe 470 milioni

Uno studio della Bocconi stima l'impatto economico che l'Alptransit potrà avere sul territorio. Ma servono investimenti, da subito

Il lavoro di Hupac

La considerazione è semplice: se aumenta la capacità del trasporto ferroviario deve aumentare anche la capacità della sua gestione. E il “treno” dell’Alptransit è uno di quelli che non si può perdere, a meno di non voler perdere centinaia di milioni di euro. Di questo si è parlato sabato 11 marzo a Varese, quando durante un incontro organizzato dal Rotary è stato presentato anche uno studio della Bocconi che stima l’impatto che i lavori del corridoio Genova – Rotterdam potrebbe avere sul territorio.

Nei prossimi anni il cosiddetto traffico combinato non accompagnato, cioè quello delle spedizioni che fanno una prima parte del viaggio via camion, vengono poi caricate su un treno e compiono l’ultimo miglio su un altro camion, crescerà moltissimo: «Per il 2030 prevediamo che in questa zona aumenterà del 68%» spiega il professore Lanfranco Senn, che ricorda anche come «dal 2000 ad oggi c’è stato un tasso di crescita del 4,5% annuo».

Ma il lavoro di infrastrutture ed incentivi per spostare il traffico dalla gomma alla rotaia potrebbe risultare inutile se non ci saranno adeguati impianti ricettivi delle merci, i cosiddetti centri intermodali. Nell’ovest Italia ne sono stati censiti 14 e di questi uno dei principali è quello posto al confine tra Busto Arsizio e Gallarate Tutti scali che dovranno far crescere la loro capacità in una maniera non indifferente. Per non perdere il treno dell’Alptransit, la Bocconi stima che la capacità ricettiva degli scali dovrà crescere del 23% entro il 2021. Questo significa grandi investimenti sia dal punto di vista infrastrutturale -come nuove vie d’accesso- fino a nuovi modelli organizzativi, come ad esempio orari di lavoro più lunghi e nuove e più efficienti gru.

E se tutto questo non succedesse? Si perderebbero 470 milioni di euro. Secondo lo studio dell’ateneo milanese a tanto ammonta infatti il cosiddetto economic footprint, cioè l’impatto economico che questo progetto creerà nel territorio nel decennio 2020 – 2030. Una cifra che, se non saremo in grado di accogliere, migrerà in altre zone.

di marco.corso@varesenews.it
Pubblicato il 11 marzo 2017
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